Rubriche

NELLE INTERCAPEDINI

Eraldo Affinati mercoledì 28 marzo 2018
«Ci ha pensato nessuno a quanto soffre un farmacista / sensibile di guardia nella notte?»: è un vecchio verso di Costantino Seferis, ricavato da L'aria d'una giornata, nella indimenticabile versione di Filippo Maria Pontani, sul quale ho trascorso un po' della mia giovinezza. Ancora oggi quest'intuizione lirica, quasi scheggiata nel vetro arrugginito, torna a interrogarmi alla maniera di un ritornello stregato ogni volta che mi sorprendo a fissare i gesti del lavoro quotidiano: l'autista di un mezzo pubblico, il barbiere con le forbici, l'impiegato allo sportello, la commessa in azione. Scruto la smemoratezza. Registro il tempo morto. Considero la scansione dei comportamenti. Prendo atto delle pause. Come se fosse celata maggiore forza nelle intercapedini invece che nei muri maestri. Superiore verità in uno scorcio fuggevole rispetto allo sguardo fisso, frontale. Nella grande metropoli può esserci più rabbia, più amarezza, più disperazione che in quasiasi altra landa desolata. «Dov'è l'amore che d'un colpo spacca il tempo in due, l'ottunde?» si chiedeva il poeta. Lo stesso che, in Una parola sull'estate, coglieva tutta l'intensità della solitudine urbana: «nelle vie nelle stanze sotto gli alberi di pepe / mentre i fari delle automobili uccidono / migliaia di maschere pallide».