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Nella sera del Crocifisso si gioca il nostro onore

Laura Bosio venerdì 10 aprile 2020
Lo sguardo sopra la mascherina incontra la morte. E vorrebbe tirarsi la mascherina anche sugli occhi, come i bambini sotto le coperte, quando è buio. ("Se non la vedo, forse non mi vedrà"). Noi grandi – si fa per dire – non siamo forse tentati di fare la stessa cosa? Non abbiamo cercato anche noi di rimuoverla dal nostro spensierato benessere, sperando di sfiorarla senza farci notare, di passare inosservati, con l'idea di esserne esonerati?
Il piccolo bastardino infettivo che ora ha preso possesso del pianeta, per non saper né leggere né scrivere, appare anche pieno di sorprese: che si fanno beffe dei nostri calcoli. I numeri danno un obiettivo e una dimensione alla lotta, certo, ci mancherebbe. Ma non ci dicono un bel niente del senso e dello struggimento in cui ci sentiamo moralmente impegnati a combatterla, per rimanere umani. Giustamente, molte voci si levano ora a ricordare il nostro colpevole eccesso di assuefazione alla società della spensieratezza, che sembrava poter confinare la morte fra i danni residuali della crescita del benessere. (Queste voci, per altro, sono già oggetto di intimidazione, ammonite a non approfittare dell'emergenza per toglierci il sogno di ritornare a farci coccolare dagli eccessi della vita che abbiamo saputo permetterci, come meglio vogliamo e possiamo. Più che una voce fuori dal coro, però, mi sembra una nota stonata del trombone. Un eccesso tira l'altro, insomma).
Il tema non è quello di accumulare sensi di colpa per la nostra ricerca del benessere, infilandoci nel sacco dei flagellanti che devono espiarla. La grafica sta mostrando impietosamente, comunque, che il rosso più vivo della presenza del "nemico" è trasversale alle società più "affluenti" del pianeta. (Le altre, durante la nostra spensierata gestione dalle crisi di crescita, generavano creature destinate a convivere con la malattia, la guerra e la morte, fin dalla prima poppata. Da molti decenni). Qualcosa vorrà dire.
Gesù non è un lugubre profeta di sventura, che avvolge di infausti pronostici la ricerca di una vita migliore: che certamente onora il compito affidato agli umani con la creazione stessa di Dio. Gesù sa commuoversi, e commuovere, per la bellezza della natura restituita ai suoi incanti – dalla fioritura dei gigli alla nascita dei bambini. Gesù paragona il regno di Dio a una festa di nozze, in cui si apprezza il vino buono; a una casa ben tenuta in cui è bello abitare; a una semina ben riuscita, che ricompensa del buon lavoro fatto. Gesù apprezza l'accortezza della buona amministrazione, la generosità dell'offerta di lavoro, l'abilità negli affari, persino. Nel godimento della bellezza della vita della natura e nella fierezza dell'abilità che ne amministra i beni non c'è colpa. Ma quando la spensieratezza e l'abilità rimuovono la condivisione umana della vita buona, consegnando i più vulnerabili alle loro ferite, i dimenticati al loro abbandono, gli innocenti alla loro mortificazione, tutta la nostra spensieratezza e tutte le nostre abilità diventano motivo di disonore. Pura e semplice vergogna. Il vangelo è questo.
Nel Figlio abbandonato e crocifisso, umiliato e offeso, Dio mette in gioco il proprio onore. Lo immerge nel luogo dell'abisso che inghiotte ogni umana dignità – l'avvilimento che si accanisce sull'innocenza indifesa, l'odiosa prepotenza che approfitta della debolezza, il pubblico ludibrio della mitezza ospitale – perché noi si trovi la libertà di riscattarci dall'orrore dei nostri spensierati abbandoni. Davanti a Dio l'umanità è una: tutti siamo ospiti, padroni nessuno. La Croce, piantata nel cuore della storia, presidia il riscatto del peccato del mondo. In attesa di un'umanità che ritrovi l'onore, tanto per cominciare.