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Nella boxe la dura meraviglia della condizione carnale

Fabrice Hadjadj domenica 29 gennaio 2017
Ho appena finito di leggere Boxe, il libro di Jacques Henric che quest'anno ha vinto il premio Médicis, libro che mi ha procurato grande diletto. Poche cose, a parte l'amore tra un uomo e una donna, sono forti e pure quanto il combattimento tra due uomini che si prendono risolutamente a pugni in faccia (capita d'altronde all'uomo e alla donna di avvicinarsi a quel modello senza accorgersene). Il cinema ha tutta la mia considerazione, certo, ma i suoi sortilegi sono umiliati dalla trama elementare, la sorpresa senza effetti speciali, la lirica senza parole del ring. Il pugilato, nella nudità archetipale di un incontro, mostra la miseria delle nostre super-produzioni e manifesta che lo spettacolo più grande è anche il più semplice. Si tratta soltanto di fascinazione della brutalità? Spettacoli di questo genere non dovrebbero essere aboliti in un mondo veramente civile? Io non lo credo. Henric percorre tutta la storia della boxe e delle sue leggende, da Jake la Motta a Carlos Monzón, da Cassius Clay a Mike Tyson, e rende conto del mistero della "nobile arte", la cui nobiltà consiste nel mettere il proprio prossimo al tappeto, in uno spazio di tempo che comincia con la pesata e le conferenze-stampa, fatto di ingiurie e intimidazioni raffinate del tipo: «Vorrei passare sul suo corpo con l'automobile, gli conficcherò l'osso del naso nel cervello, voglio colpirlo e fare un passo indietro per vederlo soffrire, perché voglio il suo cuore…», e termina alla fine del match quando si tira su l'avversario e lo si prende tra le braccia con dolcezza e gratitudine. L'esergo del libro è tratto dalla prima Lettera ai Corinti (9, 26): faccio pugilato, ma non come chi batte l'aria. E la conclusione rovescia la frase di Rimbaud alla fine di Una stagione all'inferno. Non più: «Il combattimento spirituale è brutale quanto la battaglia d'uomini», ma : «La battaglia d'uomini è brutale quanto il combattimento spirituale». Inversione profonda, perché è proprio qui che si gioca il combattimento più aspro e più decisivo: il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono (Mt 11, 12). Jacques Henric avrebbe peraltro potuto citare Sant'Agostino e il suo commento alla prima lettera di San Giovanni: «Meglio le percosse della carità che le carezze dell'orgoglio», o ricordare il famoso poemetto in prosa, Ammazziamo i poveri!, nel quale Baudelaire consiglia un atteggiamento ai suoi occhi veramente caritatevole nei confronti dei mendicanti: non dar loro una moneta allungandogliela lentamente dall'alto verso il basso, ma picchiarli con i pugni, dandole e prendendole, rendendo loro in questo modo una vera dignità nel giudicarli degni di avvinghiarsi a noi con il loro corpo pidocchioso e nauseabondo… Padre Guy Gilbert ne ha fatto realmente l'esperienza. Incapace di entrare in relazione con un giovane delinquente, finisce per battersi con lui, nonostante il pax vobiscum. Il teppistello lo spedisce subito a terra con un diretto. Tutto allora si scioglie. Il ragazzo aiuta il prete a rimettersi in piedi e gli dice: «In effetti sei dei nostri…». Così, negli Stati Uniti, il pugilato è stato a lungo il luogo più pacifico dell'avanzata del movimento dei diritti civici. Henric ce lo ricorda: «Figlio di un padre indiano cherokee e di una madre nera, il grande Joe Louis, campione dei pesi massimi tra gli anni 1937 e 1949, batte il 22 giugno 1938, il pugile tedesco Max Schmeling e diventa in America il simbolo della vittoria delle democrazie sul nazismo». La bagarre tra le corde del ring ha dunque qualcosa di spirituale. Essa oltrepassa l'alternativa sospetta tra non-violenza e violenza senza limiti, che sono sempre complici: la violenza terrorista suscita la reazione pacifista, ma questa non-violenza fa spazio a un'altra violenza inconfessata, psicologica, ideologica, burocratica; basta che l'ascesso scoppi e la violenza riesplode alla luce del giorno, in un nuovo scatenamento senza più la possibilità del corpo-a-corpo, ma con una montagna di cadaveri sterminati dai droni. Il pugilato offre al contrario l'immagine di una violenza regolata, ordinata, direi quasi esemplare. Residuo di cavalleria riciclato nelle 16 regole del Marchese di Queensberry nel 1865. Il senso del K.O. mette un limite al caos. Ci si picchia, ma coi guanti. L'undicesima regola dice anche che devono esser fatti dai migliori guantai e mai stati utilizzati : «I guanti siano di bella qualità e nuovi». E aggiunge: «Un uomo che è in ginocchio è considerato come caduto e, se viene colpito, a lui va l'importo delle scommesse». Ma se la boxe può essere oggi un esercizio spirituale, è soprattutto perché oggi il corpo si smarrisce nel labirinto tecnologico, ed essa viene a richiamarlo, questo povero corpo, alla sua forza e alla sua vulnerabilità come l'ancoraggio più sicuro per noi nel reale. Perché «il reale finisce sempre per offrirsi come prova del corpo». L'autore diffida della letteratura che «dà lezioni» senza veramente compromettersi, e dichiara la sua avversione per gli attardati del romanticismo che si mettono la posa, annunciandoci, con la ridicola magniloquenza dell'esibizionista che agonizza sulla scena, che per essi scrivere comporta un rischio mortale. Ma Henric non mi ha insegnato solamente a relativizzare i fasti della letteratura. Mi ha fatto sentire fino a che punto i pugni possono essere un necessario preliminare alla mano tesa (da notare che è un laico che parla). Come arrestare la parata dei transumanisti, dei sofisti, dei politici in ologramma, dei disincarnati di ogni genere? Appare chiaro che per continuare il dialogo con costoro è necessaria l'umanità di mollargli un evangelico uppercut sulla mandibola troppo astratta, e di accettare di ricevere in cambio un certo numero di jabs in faccia, per risuscitare in loro la dura meraviglia della nostra condizione carnale.