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Nell'Ultima cena di Spencer il tempo che porta alla Pasqua

Gloria Riva giovedì 13 aprile 2017
Esposta alla mostra “Bellezza divina”, l'ultima cena di Stanley Spencer impressiona per la sua originalità. L'interno richiama le architetture di Cookham, città natale dell'artista e luogo dove ha trascorso tutta la vita, salvo la parentesi della guerra. Ed è proprio con gli occhi ancora colmi delle scene di morte che si accinse, nel 1920, a dipingere quest'ultima cena. In effetti, il gruppo degli apostoli sembra un popolo in trincea, confinato in una stanza che pare scoppiare. Anche la tavola, quadrata, contribuisce a dare il senso di una violenza inaudita che sta per esplodere, mentre l'unica finestra, sul lato destro della stanza, pare una feritoia dalla quale controllare il nemico. Mi risuona allora attualissima questa cena, all'indomani dell'assurdo attacco alla Siria, degli incresciosi attentati che hanno ormai una scadenza quasi settimanale. L'orizzonte in cui si colloca questa Pasqua è quello della guerra e della paura, lo stesso che aveva alle spalle Spencer mentre realizzava quest'opera.
A dispetto della fissità, nei volti e nelle posture degli apostoli, la scena è di grande movimento. Gli apostoli schierati a destra e a sinistra, pur avendo la medesima postura, sono molto diversi. Dietro le schiene di quelli a sinistra spiccano cuscini simili ad ali; essi esprimono, con le mani levate, stupore e ammirazione per ciò che sta accadendo sulla tavola. Gli apostoli di destra, invece, tendono le braccia quasi per allontanarsi da ciò che vedono. Hanno volti contratti e, l'ultimo in fondo, porta la mano alla bocca con fare interrogativo. In pochi rapidi tratti Spencer fotografa una Chiesa divisa rispetto all'Eucaristia, incapace di unanimità e disorientata perché lontana dal punto di vista del Maestro. Infatti, alla teoria di piedi che si dispiega davanti ai nostri occhi, è assegnato il compito di condurci a contemplare il cuore del dipinto: Cristo che spezza un pane, segno del suo corpo.
Lo vediamo solo ora, forse, il grosso pane che, nelle mani di Cristo, si apre a guisa di libro. Egli compie la Parola e la spezza per noi perché si possa giungere alla verità tutta intera. Una verità mai compresa appieno poiché anche gli apostoli più vicini a Gesù, presumibilmente Giacomo, Giovanni, Giuda e Pietro, hanno reazioni contrastanti.
Giovanni come i quattro apostoli seduti a sinistra dà il suo assenso incondizionato, appoggiando il capo al petto di Gesù. Nel suo inchinarsi vede più chiaramente degli altri il gesto furtivo di Giuda il quale tiene una mano vicina al piatto di Cristo e inghiotte, con l'altra, il boccone sacrilego. Proprio questo scatto ci induce a contare le ciotole presenti sulla tavola: sono 12 e non 13 come i commensali, 12 come quella totalità che è invitata a mensa. Qui si dispensa un pane per la moltitudine, per quanti cioè danno libero assenso alla fede in Cristo, figlio di Dio. Se sono 12 le ciotole, sono 15 i piedi visibili. Le tuniche poi, non combaciano perfettamente con la postura dei commensali, cosicché si ha l'impressione di piedi totalmente scollegati con la scena stessa. I 15 piedi disegnano 15 passi, quelli che Cristo compirà da questo momento fino alla sua Risurrezione.
È bella l'immagine simbolica che ci offre Stanley Spencer: il Cristo nel suo corpo spezzato, cioè nel pane eucaristico, ci offre la sua vita risorta, rendendoci partecipi fin d'ora della sua gloria. Tuttavia per entrare in quel Mistero bisogna attraversare la storia con i suoi quindici passi di dolore; come quei piedi attraversano la tavola segnata da dubbi e contraddizioni dei suoi commensali.