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Nel «Requiem» di Cherubini un coro di preghiere per le vittime della Storia

Andrea Milanesi domenica 14 settembre 2008
Parigi, 21 gennaio 1817; all'interno della basilica reale di Saint-Denis, nella cui cripta sin dal X secolo riposano le spoglie dei monarchi francesi, viene eseguita per la prima volta la Messe de Requiem «à quatre parties en choeur avec accompagnement à grand orchestre», commissionata da re Luigi XVIII a Luigi Cherubini (1760-1842) per rendere omaggio al fratello giustiziato ventiquattro anni prima e a tutte le vittime della Rivoluzione. Si tratta del celebre Requiem in do minore, capolavoro assoluto della letteratura sacra ottocentesca tenuto in altissima considerazione da Beethoven (che per certi versi lo preferiva al Requiem di Mozart), Mendelssohn, Schumann, Brahms, Wagner e soprattutto Berlioz, che ne celebrava «l'abbondanza delle idee, l'ampiezza delle forme, la sublimità dello stile e la costante verità di espressione». Caratteristiche portanti di un'opera che, contrariamente alla prassi dell'epoca, non prevede l'utilizzo di voci solistiche ma si fonda unicamente sull'apporto corale e strumentale, a ribadire il suo carattere di meditazione collettiva e sovrastorica sul senso profondo della vita (e quindi della morte).
A quasi duecento anni dalla sua composizione, la partitura cherubiniana mantiene inalterata la sua forte carica evocativa e l'universalità del suo messaggio, come dimostra la convincente lettura offerta dalle formazioni vocali e orchestrali dei Boston Baroque sotto la bacchetta di Martin Pearlman (cd pubblicato da Telarc e distribuito da Sound and Music); attraverso un percorso spirituale di composta solennità e nobile commozione, che viene inaugurato dall'austera gravità del Kyrie iniziale e del successivo Graduale, passando attraverso i toni più accesi dell'apocalittico Dies irae e quelli maggiormente intimistici dell'Offertorium, l'impronta sfarzosa del Sanctus e quella implorante del Pie Jesu, per poi concludersi sull'invocazione finale dell'Agnus Dei, bagliore di fede e speranza acceso da un sentimento diffuso di compassione per l'umanità sofferente. A conferma dell'intuizione del poeta e drammaturgo austriaco Franz Grillparzer che nei suoi diari, paragonando i grandi musicisti alle opere compiute nei giorni della Creazione, accostò Beethoven al Caos, Mozart all'Uomo e Cherubini alla Luce.