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Nel '68 a confronto anche due “mistiche”

Alfonso Berardinelli venerdì 25 marzo 2022
La presa della parola. Il “maggio francese” letto da Michel de Certeau: è questo il titolo di un opuscolo curato da Giancarlo Gaeta e pubblicato dalle Edizioni dell'Asino. Il maggio francese è quello del '68 (una volta famoso) e Michel de Certeau, gesuita, coetaneo di Foucault e storico della mistica moderna, è stato anche uno dei più appassionati teorici della rivolta studentesca di allora. Secondo Certeau, al centro di quel movimento di massa, nato nelle università di mezzo mondo e del quale fu lui stesso partecipe, c'era l'atto di prendere la parola, e annunciava e implicava una cultura nuova. Più precisamente, una nuova pratica della cultura da contrapporre a quella istituzionale, amministrativa, statalistica e funzionale al normativo, normalizzato modo di vivere, percepire e pensare la vita, sia individuale che collettiva. L'opuscolo alterna pagine di Certeau e commenti di Gaeta. La mia prima impressione è che quella del maggio francese, nei fatti e nelle sue interpretazioni, fu un'esperienza piuttosto caratteristica e diversa da quella di altri Paesi, per esempio gli Stati Uniti, la Germania e l'Italia. Certeau stesso teorizzò la pluralità delle culture, «la cultura al plurale» e «l'unione nella differenza». In effetti fu plurale e vario anche il Sessantotto. In ogni Paese, la rivolta che dalle università si estese alla società aveva presupposti culturali diversi. Ci furono le influenze reciproche e una certa unità; ma non so quanto centrale e originaria sia stata in tutti i casi la «presa di parola» rispetto ad altri moventi. Si è dovunque creduto di aver cominciato a parlare liberamente, senza autocensure. Ma nella cultura francese la libertà è stata un mito insistentemente teorizzato e culturalmente, letterariamente elaborato, dal secondo Ottocento fino al surrealismo nelle sue varianti più politiche o più misticheggianti. Per Certeau il maggio francese era «esperienza creatrice, cioè poetica»: una liberazione della parola. Altrove il mito fu invece la Rivoluzione, secondo le tradizioni marxiste ortodosse o eterodosse, nelle quali si privilegiava la prassi politica pura o la sua efficienza organizzativa. Il problema, credo, è nel rapporto fra “mistica dell'azione” (che può portare al terrorismo) e “mistica del linguaggio” (che porta alla creatività poetica). Quanto alla mistica in senso proprio, Certeau non mi sembra convincente. Nella vera mistica il silenzio non conta molto più delle parole?