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Nei pensieri da stalla la soddisfazione del riflettere

domenica 18 settembre 2011
Ho trovato un foglio mangiucchiato dai topi: è un certificato di monta emesso nel Comune di Campiglia Marittima il 14 maggio 1908. Lo stallone è Altobello, figlio di Tron, di proprietà dei Conti della Gherardesca, la cavalla è indigena, baia, di proprietà di Comparoni Francesco, mio bisnonno. Possedeva una trentina di giumente e puledri e quando il branco era in paese si improvvisava una mandria nell'alveo del fiume, unico posto abbastanza grande per contenerli. Un secolo dopo ho qualche cavallo e molto più spazio di quanto ne serva ma non posso tenerli in paese: per problemi di igiene, dicono. Il fiume è lastricato, chiuso tra due muri, inaccessibile. Fiume e cavalli sono corpi estranei alla vita quotidiana, un residuo o una minaccia. Nella mia famiglia sono la prima generazione che non vive tra boschi e pascoli allevando bestiame. Ho solo fatto in tempo ad incantarmi con racconti che muovevano cavalli sui nostri monti o sotto le balze di Volterra, sulle colline di Cecina, in Val di Cornia. Secoli di transumanza dai crinali e le valli con greggi e cavalli a svernare tra pascoli palustri e le radure di boscaioli e carbonai in attesa di un maggio che non arriva mai. Arrivarono gli anni '60 del secolo XX e si convenne che era giunto il tempo di ammodernare il mondo; sulle città in espansione splendeva il sole di una grande illusione. La fabbrica ed il terziario avrebbero garantito il pane, il companatico e il risparmio. Ne conseguì un benessere materiale nemmeno immaginabile quanto alle conseguenze imprevedibili: sono il nostro presente. Buona parte delle mie riflessioni trovano nella stalla, il suo odore, i suoi rumori, quelle presenze a me così care, il luogo congeniale per esplicitarsi e ormai catalogo come "pensieri della stalla" il livello più soddisfacente del mio ragionare. La facile ironia che ne deriva può solo lusingarmi. Si dice che la bellezza salverà l'uomo, se così sarà l'uomo salverà il cavallo. L'idea stessa di bellezza riveste le forme dell'uomo e le forme del cavallo, lo certifica la storia dell'arte: graffiti rupestri, ceramiche, marmi, mosaici, bronzi, dipinti. Il cavallo è stato un buon compagno per l'uomo, oggetto e soggetto di pace e di guerre; lo ha assecondato nella tensione alla libertà quanto nell'oppressione. È la nostra storia, l'abbiamo chiamata civiltà. Se la bellezza non è sufficiente a salvarlo anche l'uomo, sulla terra, è condannato perché la sua stessa utilità ha cessato di essere soluzione e diventa problema. Allevare cavalli, addestrarli, non essendo più necessità civile e militare è considerato oggi un qualcosa tra vizio e piacere ma è disciplina storica ed umanistica. È un gesto eroico, un gesto artistico. Comunque per salvarsi occorre difendersi, oggi come sempre, da molti nemici e quelli dichiarati sono la parte dovuta, anche onorevole, del problema. È il fuoco amico quello a cui siamo impreparati. Avanza lo stuolo degli zelanti nei diritti che volendo rifare il mondo più giusto e più bello che mai ma disdegnando carità, compassione, misericordia, gravano l'esistente di una progressione infinita di codici e regolamentazioni, tutti a fin d'immenso bene, il cui solo risultato è una serie di nuove servitù. Le ideologie ambientali ed animaliste vanno ad occupare il posto che già fu delle ideologie politiche come a dire: fallito il progetto uomo nuovo avanti con il nuovo animale. I piani quinquennali? Roba da dilettanti! Si prospettano ere, non secolucci brevi. Diciamolo con semplicità: cosa serve al leone e all'agnello per pascere insieme se non una corretta legislazione e una rete di servizi di sostegno?​