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Milano e il suo calcio da post black-bloc

Italo Cucci martedì 5 maggio 2015
L'altro giorno ero a Milano e meditavo con tristezza sulla stupidità umana che spesso fa più danni della cattiveria. Sto evadendo dal solito tema calcistico? No, ci sto dentro eccome, soprattutto quando sento che la terapia antiviolenza - dagli stadi al resto della città - sia affidato al Daspo, estrema risorsa, sembra, dell'impotenza. Lo dico da tempo ma mi conforta uno scritto di Marco Magris sul Corriere della Sera che ha colto perfettamente l'assurda ma concreta vicinanza fra la violenza del calcio e quella della vita ordinaria: ultrà e black-bloc in sintonia nell'approfittare della comprensione dello Stato verso frange di intellettuali fasulli e mascalzoni. Ho ricordato, in quelle ore, un'antica stagione milanese vissuta nel mio vecchio “Guerin Sportivo”, in Piazza Duca d'Aosta: era il Sessantotto, esplodevano morte e paura a Piazza Fontana, Milano era in stato d'assedio ma cercava - alla fine riuscendovi - a riconquistare una sorta di pace civile per un mondo dedicato al lavoro. Anche a quei tempi - nonostante tutto - la città viveva con passione le vicende calcistiche dei “bauscia“ e dei “cacciavid”, degli interisti e dei milanisti cui le squadre del cuore davano un minimo di sollievo. Erano anni di piombo, c'era la crisi sentita più di oggi, ma l'Inter - appena lasciata da Angelo Moratti a Ivanhoe Fraizzoli - si dava da fare per riprendere il trionfale cammino percorso da Helenio Herrera e Italo Allodi. Dopo appena tre anni, l'ineffabile Invernizzzi portava a casa uno scudetto. Il Milan, invece, andava a gonfie vele nelle mani di un giovanotto che aveva ereditato lo squadrone dal padre, Luigi Carraro, uno dei più grandi presidenti: Franco, poi cresciuto a massimo dirigente di tutto lo sport italiano, aveva affidato la rinascita a Nereo Rocco dopo il non fortunato passaggio di Sandokan Silvestri. E subito lo scudetto del '68, la Coppa delle Coppe, e un anno dopo la trionfale conquista della Coppa dei Campioni battendo il favoloso Ajax; e ancora la Coppa Intercontinentale strappata all'Estudiantes e - poteva mancare? - il Pallone d'Oro a Gianni Rivera. Lo spirito di quei tempi era soprattutto la voglia di lavorare ed esprimere sul campo i valori di una città nominata Capitale Morale d'Italia proprio per la sua intensa dedizione al lavoro. Erano anche, quei club oggi appassiti e neppure accostabili alla città dell'Expo, frutto di un impegno tutto italiano, dallo stile del gioco alle conduzione aziende. Ecco perchè ho salutato con piacere la rinuncia - non so se definitiva - di Berlusconi alla cessione della maggioranza del Milan ai signori thai-cinesi, visto che sul fronte opposto il padrone indonesiano non ha ancora migliorata la performance di Massimo Moratti, il signore del Triplete. Così come a Roma gli americani non hanno ripetuto l'impresa del povero grande Sensi, nè ci si aspetta che i canadesi di Bologna siano in grado di far miracoli. Oggi si parla più del Carpi promosso in A, del Sassuolo che vi resiste, del Frosinone che vi aspira, del Teramo appena promosso in B e soprattutto dell'Empoli del Maestro Sarri che sta rivalutando e affermando il calcio all'italiana. Sarebbe bello se il calcio seguisse l'esempio della Juventus che nonostante Tevez & C. resta italianissima espressione del calcio e cerca di rinverdire le nostre antiche glorie anche in Europa.