Rubriche

Matteo Ricci il gesuita che si fece cinese con i cinesi

Gianni Gennari sabato 10 dicembre 2022
Matteo Ricci – proclamato servo di Dio il 19 aprile 1984 – nasce a Macerata il 6 ottobre 1552. Nel 1568 il padre lo manda a Roma per studiare, e lui dopo tre anni si fa gesuita. I suoi interessi particolari: astronomia, matematica, geografia e cosmologia. Si affida a padre Alessandro Valignano che gli apre la prospettiva delle missioni. Nel 1577 si trasferisce in Portogallo. L’anno dopo a marzo parte da Lisbona con 14 confratelli, e il 13 settembre 1578 eccolo sulle coste indiane: insegna materie umanistiche e il 26 luglio 1580 diventa prete. Dopo 2 anni lo stesso padre Valignano lo spinge a partire per la Cina. Eccolo dunque a Macao, ma deve limitarsi alla Cina meridionale, perché il resto del paese é proibito agli stranieri. Per aprirsi ogni strada si veste da bonzo e si dedica allo studio accanito di lingua e costumi cinesi. Primo frutto dei suoi studi geografici è la “Grande mappa dei 10.000 paesi”, che univa gli studi geografici occidentali con i nuovi sulla geografia cinese. Desidera arrivare a Pechino, ma passano 18 anni, nei quali fonda 5 residenze dei gesuiti nel territorio cinese, e solo il 10 settembre 1583 ha la possibilità di stabilirsi presso Canton. Continua anche lì a vestirsi da bonzo, per “farsi cinese con i cinesi”. Ha il permesso di costruire una chiesa, e nel 1588 propone al Papa una “Ambasceria” in Cina: offerta respinta. Lui insiste e nel 1589 inizia una stretta amicizia con lo studioso confuciano Qu Tai Su. L’amico studioso gli consigliò di abbandonare le vesti da bonzo buddista: era uno studioso in cerca di conoscere l’universo della Cina. La cosa funzionò e gli alti “mandarini” lo accolsero, dandogli anche la possibilità di costruire una sua seconda chiesa nello stile cinese. Da Roma lo esortano a recarsi a Pechino, mentre lui fonda a Macao il collegio per tutti i missionari: in pratica la prima università dell’Asia orientale. Nel 1595 vuole recarsi a Pechino, ma lo raggiunge un nuovo divieto a Nanchang, dove scrive la sua prima opera in cinese, con questo titolo: Detti dei nostri filosofi e dei nostri santi sull’amicizia. Seguì presto un’altra opera, Il Palazzo della memoria, che ebbe grande successo. Nel 1597 gli giunse da Roma il titolo di Superiore della missione di Cina. Intanto crea un dizionario portoghese-cinese, traduce in latino i 4 libri confuciani e presenta 3 carte geografiche del mondo che suscitano grandi polemiche: aveva collocato al centro l’Europa e confinato la Cina quasi in appendice al margine destro. Lezione appresa: da allora mise sempre la Cina al centro del suo planisfero. Tra l’altro già nel 1594 lui e i suoi cominciarono a prendere nomi cinesi, vestivano la tunica cinese e come letterati confuciani si lasciarono crescere barba e capelli. La sua abilità fu quella di mostrare che le radici cristiane erano in Oriente, e che non era necessario accogliere i pensieri in contrasto con le fonti bibliche. Una nuova inculturazione rispettosa. Ovviamente il preposito generale della Compagnia, Claudio Acquaviva, ebbe l’accortezza di far giungere la cosa fino all’approvazione del papa Clemente VIII. Nel 1600 padre Matteo ripensò alla destinazione Pechino scrivendo direttamente all’imperatore Wan Li. La risposta fu positiva, e il 24 gennaio 1601 lui ebbe il permesso di trasferirsi definitivamente, e persino
di celebrare la Messa in pubblico. Presto altri 40 gesuiti si unirono nella nuova residenza a Pechino. A Pechino dunque: grandi accoglienze ma anche grandi resistenze. Clamorosa la conversione alla fede cattolica della madre dell’imperatore. Lui nel 1609 fonda la confraternita della Madre di Dio e dà inizio alla costruzione della prima chiesa cattolica a Pechino. Si ammala, però, e l’11 maggio 1610 muore, a soli 58 anni: sepolto nel giardino di Shal, a Pechino, dove ancora oggi c’è la sua tomba… Marchigiano, prete, gesuita, studioso, scienziato, cartografo, multilingue, evangelizzatore, ecumenico in anticipo, incantatore di tanti. Sulle piste aperte da lui per secoli hanno viaggiato, hanno scritto, hanno vissuto uomini e donne diversi. Ne ricordo solo due: san Francesco Saverio, ovviamente e, cosa poco nota, anche santa Teresa di Lisieux, che avrebbe voluto passare gli ultimi anni della sua vita in un convento non lontano dalla Cina. Alla salute di padre Matteo Ricci, e anche di ciascuno di noi. © riproduzione riservata