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Ma sul cibo cerchiamo progetti più duraturi

Paolo Massobrio mercoledì 29 gennaio 2020
Il giorno dopo un'elezione la rincorsa è a ridurre i vincitori a sconfitti e gli sconfitti in qualche modo a vincitori... I numeri in fondo sono qualcosa di relativo se passati al setaccio del politichese. Una cosa però è certa: mai come questa volta ha contato l'enogastronomia. E non solo per il "re del tonno" candidato in Calabria e per l'arrivo delle Sardine che hanno scombinato i piani a qualche partito, ma per il profluvio di selfie e foto accanto a prosciutti, formaggi, tagliatelle e chi più ne ha più ne metta. È il medesimo motivo per cui i politici vanno in massa al Vinitaly: crea consenso associare la propria immagine a qualcosa di vincente come il vino. E così per la cucina, visto che ogni venerdì mattina l'argomento più gettonato in ufficio sembra essere l'ultima puntata di Masterchef. Ma nel frattempo, mentre si gioca con il cibo, il tam tam mediatico ci dice che la morìa dei negozi è sempre più grave, per cui fa notizia l'iniziativa di un Comune della Bergamasca che toglierebbe le tasse a chi apre. Ma quanto dura? Non è una domanda che sorge dallo scetticismo, intendiamoci, ma dal fatto che – come ha rilevato nei giorni scorsi il sociologo Alberoni – «non abbiamo un'idea del mondo che stiamo costruendo». È questa la preoccupante sensazione che proviamo ogni volta che un appuntamento elettorale diventa una bulimia mediatica di litigi. Ed è un po' poco pensare che la televisione in genere farebbe ascolti solo con le trasmissioni dedicate ai cibi e ai litigi di ogni ordine a grado. Persino Sanremo non è più Sanremo se non c'è uno scandalo che lo avvia agli ascolti. Ora, tale reattività generale alimenta quell'assenza di progetto, o meglio, relega la progettualità a qualcosa che non merita d'essere preso in considerazione. Lo dico pensando al Manifesto di Assisi, presentato pochi giorni fa, preludio di un percorso che avrà l'apice alla fine di marzo e che finalmente torna a parlare di un modello di civiltà su cui meriterebbe aprire un dibattito ad ampio raggio. E non vorremmo che, una volta passata la notizia, anche questo fosse qualcosa da trattare con superficialità, mentre ciò che conta è il consenso elettorale. Non può funzionare a lungo così, perché ora che il sasso è stato tratto – ovvero la sfida di creare un'economia a misura d'uomo – qualcuno deve provare a dare risposte e non può far finta di girarsi dall'altra parte perché a maggio c'è un nuovo appuntamento elettorale. Un'economia a misura d'uomo riflette anche sui negozi e sulle dinamiche dei piccoli centri non nell'ottica di un rattoppo, ma di una visione che mira a costruire qualcosa che si definisca civiltà. Il premier Conte è stato ad Assisi e ha le motivazioni per provare a lavorare su un Consiglio dei ministri dedicato. Se vuol restare in sella a lungo, un'idea forte deve svilupparla.