Rubriche

Ma può morire la Ue? Sì, di gelo demografico

Gianfranco Marcelli martedì 22 settembre 2020
Da una parte il grande sforzo del Next Generation EU, il fondo da 750 miliardi per rilanciare la crescita europea dopo la devastante crisi da Covid-19. Dall'altra la lenta, silenziosa ma inesorabile minaccia di un'implosione provocata dagli squilibri demografici che aggrediscono l'Unione. E che, forse molto più delle emergenze finanziarie ricorrenti e dei temutissimi allarmi climatici, mettono a repentaglio il futuro a medio e lungo termine dell'edificio comunitario.
Il rischio di disgregazione, poco avvertito dall'opinione pubblica ma tutt'altro che infondato, non deriva tanto dal generale calo delle nascite e dal corrispondente aumento della popolazione anziana, fenomeno che caratterizza l'intero scenario continentale. Il nodo vero è la differente intensità con la quale la tendenza si manifesta nelle singole aree della Ue e soprattutto la velocità molto diversificata con cui essa si sviluppa.
Da tempo gli economisti più avveduti segnalano le difficoltà crescenti che l'Europa dovrà fronteggiare, a causa dei ritmi sempre più divaricati tra gli andamenti della popolazione nei 27 Paesi membri. Negli ultimi mesi si sono susseguite analisi preoccupate in materia, dalle quali emerge una suddivisione del continente riassumibile grosso modo in tre macro-regioni: un nord-ovest che mantiene tassi di fecondità e mortalità più o meno in equilibrio, un sud (con l'Italia in testa) dove lo sbilanciamento è da tempo pesante ma trova una parziale compensazione dagli ingressi di migranti, un centro-est in cui il crollo delle nascite si unisce a saldi migratori drammaticamente negativi. Quest'ultima area merita uno sguardo più dettagliato, perché in essa si concentrano nazioni da poco entrate a far parte della Ue, come Romania, Bulgaria e Croazia, e altre che bussano da tempo alle porte di Bruxelles, come Albania, Macedonia, Serbia e Montenegro. Ebbene, sono proprio queste le popolazioni che stanno subendo stress demografici senza precedenti. Nell'arco di 30 anni, le Nazioni Unite stimano che la Romania perderà il 31 per cento degli abitanti, la Bulgaria il 39, la Serbia e la Croazia il 24.
Ma il peggio è che saranno le forze lavoro, ossia le aliquote di popolazione attiva, a subire le emorragie più rilevanti, anche perché quasi nessuno di questi Paesi rappresenta una meta ambita di immigrazione extra-comunitaria, in grado quindi di rimpiazzare le braccia invecchiate o a loro volta uscite dai confini nazionali a cercare fortuna. Emblematico è il caso della Croazia, che nei tre anni seguiti all'ingresso nell'Unione (2014) ha perso il 5 per cento della manodopera e, causa scarsità di nascite, registra oggi un calo complessivo della popolazione del 4 per cento. A fronte di questi fenomeni, è chiaro che il grado di omogeneità sociale ed economica all'interno della Ue sarà sempre più in calo e richiederà sforzi e risorse crescenti per affrontarlo. Ma le ricadute in prospettiva potrebbero essere pericolose anche sul terreno politico. Sempre a proposito della Croazia, dove si è votato all'inizio di luglio, una dettagliata analisi dell'Osservatorio Balcani e Caucaso rileva che nelle zone soggette a maggiore spopolamento ed emigrazione il nuovo partito populista e anti europeista (DP), ha guadagnato fino al doppio dei consensi rispetto al resto del Paese (https://www.balcanicaucaso.org/aree/Croazia/Spopolamento-e-populismo-in-Croazia-alcuni-numeri-203673). Von der Leyen e la sua squadra farebbero bene, insomma, ad alzare lo sguardo oltre la pur apprezzabile meta del 2030 con annesso Green New Deal. Quella demografica, come la storia insegna, risulta sempre la più infelice delle decrescite, tanto più se avviene a macchia di leopardo. E non ci sono algoritmi in grado di arrestarla.