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Ma il diritto-dovere di cronaca è davvero senza limite alcuno?

Umberto Folena giovedì 10 novembre 2022
Il diritto di cronaca ha un limite? Se l’ha, dove e come determinarlo? Domanda irrisolta su cui ci si interroga da sempre, dall’alba del giornalismo. Potrebbe sembrare un dibattito ozioso e accademico, roba da convegno o da corso d’aggiornamento, voce “deontologia”. Poi accade che due persone si suicidano, vittima e persecutore: Daniele, 24 anni, sedotto online da Irene che in realtà è Roberto, 64 anni, in vena di scherzare e infine scovato, incalzato smascherato dalle Iene. E allora ci accorgiamo che non c’è proprio niente di accademico e ozioso. Se lo chiede con la consueta misura Gianluca Nicoletti sulla “Stampa” (8/11), titolo: «Noi, l’orco cattivo e la gogna tv». Nicoletti, anziché rifilarci risposte frettolose e definitive, pone domande vere e intelligenti: «Quanto ci può tentare a volte l’euforia di poter essere giudici anche del peggior malfattore? Come pure di ogni persona anche poco gradevole, che abbiamo facoltà di consegnare al giudizio sommario di chi ci legge, ci ascolta, ci guarda?». È la domanda che si pongono, al termine del loro servizio di cronaca, Rosario Di Raimondo e Caterina Giusberti sulla “Repubblica” (9/11): «Si è trattato solo di un’inchiesta giornalistica finita in tragedia o si è superato un limite?». Di “limite” parlano anche le Iene che ovviamente negano alcuna responsabilità nel suicidio di Roberto. Dalla cronaca di Andrea Pasqualetto e Ferruccio Pinotti sul “Corriere” (9/11): «Nessuno vorrebbe mai trovarsi di fronte a tragedie come questa ma qui stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare con la libertà d’informazione, il cui limite non può che essere quello della legge, non quello dei metodi, in cima a tutto c’è la verità dei fatti». Sarà. Filippo Farini sulla “Stampa” (9/11) osserva: «Quello che stona è il mancato rispetto della privacy». Il volto è pixelato ma «nel servizio i tatuaggi sono leggibili». Risposte nette dà invece Hoara Borselli su “Libero” (9/11), titolo: «Ma in gioco c’è pure il diritto di cronaca»: «Salviamo il giornalismo perché un giornalismo cattivo è meglio di nessun giornalismo», senza virtuose vie di mezzo, pare. Saggio è lasciare l’ultima parola a Nicoletti: «Forse dovremo pensarci di più prima di decidere, troppo a cuor leggero, chi sia da compiangere e chi possa solo essere masticato dal disprezzo». © riproduzione riservata