Rubriche

Ma il "buon giorno" non è quello dell'odio

Pier Giorgio Liverani domenica 5 dicembre 2010
C'è chi comincia bene e finisce male. Per esempio Massimo Gramellini nel suo «Buongiorno» quotidiano su La Stampa di Torino. Nelle prime ore del mattino, il giorno di venerdì 3 la partenza era quasi ottima. Si trattava della piccola Yara scomparsa a Brembate: «Mi piace l'Italia di Yara " scriveva Gramellini ". Mi piace il suo cellulare con soli dieci numeri in rubrica: un mondo piccoli di affetti seminati in profondità [...] Mi piace il contegno del suo paese dove nessuno rompe la consegna del silenzio [...] e mi piace la sobrietà dei suoi genitori che non fanno appelli, non si affacciano ai talk show e respingono la fiaccolata proposta dal parroco...».
Ahi, ahi: qui il discorso inizia a scivolare. Non è vero: il parroco ha tenuto una veglia ieri sera in chiesa d'accordo con i familiari, niente fiaccolate. E poi: «Il parallelo con il circo di Avetrana sembra inevitabile». E siccome ha scritto che «non è il caso di fare l'ennesima puntata di un derby Nord-Sud», il confronto lo fa subito con la strage di Erba, al Nord, a carico del quale Gramellini tenta una specie di apologo anti-perdono: «Il nonno-padre-marito delle vittime il giorno dopo stava già in televisione a perdonare tutti come se il perdono fosse un vino novello che gorgoglia nell'uva appena pestata anziché un barolo da lasciar riposare per anni affinché sgorghi saporito e sincero». Ecco, il giorno non è più buono già prima del tramonto.
Quello del perdono è di sicuro un discorso difficile, soprattutto da non fare a bicchierate. E anche nel più atroce, perché demolire un nonno-padre-marito che, anche nel più atroce dei suoi giorni, trova la forza del perdona?
E chi ha nominato Gramellini giudice del cuore di quel pover'uomo, che perdona perché la sua fede è forte più dei sentimenti e più della giustizia umana? Oppure un "buon giorno" è quello dell'odio e della vendetta. Magari «saporiti e sinceri?»
FEDE E MIRACOLI
Una lettrice scrive a Umberto Galimberti, domandandosi (D, La Repubblica delle donne, sabato 27) se «è cristianesimo questo?», vale a dire miracoli, stimmate e misticismo: nel caso particolare quello di Natuzza Evolo, in generale nella vita della Chiesa oggi come al suo inizio. Galimberti è filosofo della storia, ma non della storia della salvezza. Meno ancora di quella di Gesù. Infatti risponde condividendo il rifiuto di «un cristianesimo che, al pari delle religioni animiste, trova nelle apparizioni e nei miracoli il fondamento della fede e il sigillo della carità» e afferma che «il messaggio originario di Cristo [...] non doveva trovare conferma nell'eccezionalità del miracolo, ma nella partecipazione al dolore che affligge la creazione umana». Una lettura del messaggio di Gesù, questa, tanto confusa e confusionaria da dimenticare per esempio, i miracoli narrati dal Vangelo di Luca nella Eucaristia di oggi e in quelle di altri quattro giorni della settimana conclusasi ieri. Tutti, miracoli chiesti per fede o compiuti per accenderla. Già, ma lui non li legge.

TUTTI IN TV?
«Ma adesso tutti hanno diritto a chiedere ospitalità in tv?» Se lo chiede retoricamente, a proposito del programma "Vieni via con me", il numero di Oggi in edicola. Forse sì, ma certamente non solo Fazio e Saviano.