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Ma c'è proprio bisogno di “capitali della cultura”?

Goffredo Fofi venerdì 28 luglio 2017
Dell'importanza economica della cultura nel mondo contemporaneo fanno fede due fenomeni ugualmente ambigui, discutibili: quello europeo e italiano delle “capitali della cultura” e quello internazionale, targato Unesco, dei luoghi, opere, tradizioni che vengono certificate come “patrimonio dell'umanità”. Il primo discende dal secondo, ed è cosa recente, l'altro risale agli anni in cui l'Unesco, persa del tutto la sua capacità post-bellica di promuovere e proteggere iniziative volte al pacifico incontro tra popoli e culture, ma diventata una burocrazia internazionale secondaria e però economicamente prestigiosa e privilegiata, doveva pur inventarsi qualche scusa per giustificare il suo aureo parassitismo... Sono più di mille ormai i luoghi catalogati dall'Unesco come patrimonio dell'umanità, e al primo posto c'è l'Italia (53) al secondo la Cina. Il riconoscimento dell'Unesco ha sempre effetti economici rilevanti, innanzitutto sul turismo, e questo spiega la quantità di rivendicazioni, e può far pensare anche a pressioni e interessi dietro certe scelte. La formula e le designazioni delle “capitali della cultura” partono anche da mediazioni politiche ma si direbbe che, almeno per ora, i rappresentanti di enti pubblici che se ne occupano siano abbastanza liberi da pressioni politiche ed economiche. Nonostante questo, cosa ne deriva per i luoghi prescelti? Notevolissimi finanziamenti europei o nazionali, possibilità di riorganizzare certi settori di pubblica utilità o di inventarne, afflusso di turisti, molto lavoro per alberghi e ristoranti e affini ma anche per gruppi e organizzazioni culturali e artistiche. Un ottimo studio recente di Marco D'Eramo (Il selfie del mondo, Feltrinelli) analizza la crescita dirompente del turismo mondiale e i modi in cui si è imposto nei nostri anni. D'Eramo ha l'acume del sociologo, diciamo così “militante”, che finalmente studia i fatti fondamentali del nostro presente per capirlo e delucidarlo e quando necessario opporglisi, e non ci chiacchiera sopra tanto per chiacchierare come fanno certi professori e giornalisti. Il suo è un libro appassionante ma ha anche qualcosa di angosciante, e il lettore può concluderne non irragionevolmente che il turismo di massa dei nostri anni, tutti che vanno dappertutto, è una delle cause dell'appiattimento di ogni esperienza e diversità, di ogni originalità culturale, ma si potrebbe anche dire che è una delle cause, latamente, della “fine del mondo”, o del trionfo di un mondo delirante. Per tornare all'Italia, serve a qualcosa di buono la voga delle “capitali della cultura”? Può cambiare in meglio la vita cittadina di Pistoia, Matera, Palermo? Preservare la loro bellezza? potenziare il loro sentimento comunitario e la loro generosa capacità di accogliere? C'è da dubitarne. La cultura come immaginata da queste investiture può avere una funzione economica ma ben difficilmente servirà a rendere più belle le nostre città e più giusti i loro cittadini.