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Luci a San Siro per i veri “eroi” Diego rimane l'oro di Napoli

Massimiliano Castellani martedì 9 novembre 2021
La notte delle luci a San Siro l'abbiamo vissuta con Roberto Vecchioni al Teatro degli Arcimboldi di Milano. «Siamo stati tutti là», almeno in duemila, senza preoccuparci del derby Milan-Inter e intonando quelle Canzoni che vanno cantate e rilette nella sua autoantologia (Bompiani). Alla fine del concerto, una sensazione “vintage”: la scoperta a mezzanotte del risultato (l'interista Vecchioni dal palco non ci ha informati), per non aver mai acceso il ferale e illuminato iPhone. Un pareggio che punisce ancora, per gli errori dal dischetto, l'Inter di Simone Inzaghi e che invece sta bene al Milan di Stefano Pioli che gongola: «Vedo il bicchiere mezzo pieno». Il Milan continua a rimanere al comando, con il Napoli, e i suoi tifosi si meritano il plauso nazionale per la coreografia, in cui i protagonisti riconoscibilissimi sono gli “angeli” dell'anti-Covid. Medici, infermieri e tutti gli operatori sanitari che, in questi ultimi due anni, hanno lottato fino a donare le proprie vite per salvarne altre migliaia. Luci a San Siro per questi piccoli eroi esemplari della società civile. Un bandierone del genere esposto dalla Sud milanista non ha colori, vale per tutti, per gli interisti come per i napoletani. A Napoli invece omaggiano per tutto il mese la memoria di Diego Armando Maradona, scomparso un anno fa, il 25 novembre. La squadra di Luciano Spalletti lo fa con una maglia celebrativa (già esauriti i 1926 esemplari) con su stampato il volto del “Pibe de oro”. Un genio del calcio, nato e cresciuto nella baracca di Villa Fiorito (Buenos Aires) senza acqua potabile e luce elettrica in casa. C'è un filmato che commuove, quello del piccolo Diego che palleggiava davanti casa in un campetto sgarrupato ma con la gioia negli occhi e la passione nel cuore che possiedono solo i grandi. Che poi la vita di Maradona sia stata tutto un equilibrio sottilissimo sopra alla follia, questa è un'altra storia. Come è una storiaccia l'asta tosta e la corsa sfrenata all'eredità che spetta ai suoi tanti figli, sparsi tra Argentina e Italia, per spartirsi un patrimonio da 100 milioni di dollari. Una fortuna, nonostante tutto quello che Diego aveva sperperato, regalato e donato: come Totò, in silenzio ha riempito le tasche degli scugnizzi affamati di Napoli. Eppure, un uomo così ricco e talmente potente da potersi sedere allo stesso tavolo con Chavez e tenere un epistolario fraterno con Fidel Castro, è morto, a 60 anni, triste e solitario dentro a un tugurio. Per la morte di Maradona sette persone andranno a processo per omicidio, e rischiano fino a 25 anni di carcere. È da galera anche la solita frangia armata laziale che a colpi di “puncicate” (le coltellate dei romani, dal tempo di Rugantino) ha mandato all'ospedale cinque tifosi della Salernitana. Storia vecchia purtroppo, è dal 1979 che circola un libro di Romeo Forni:La violenza delegata negli stadi. Ma qualcuno lo ha letto?