Rubriche

Lo stupore del quotidiano nei versi di Bettetini

Cesare Cavalleri mercoledì 4 gennaio 2017
Massimo Bettetini, poeta e psicoterapeuta, ha riunito in Passo d'altrove (In dialogo, pp. 256, euro 14) tre poemetti, due dei quali - entrambi di 256 versi - anticipati presso lo stesso editore rispettivamente nel 2014 e nel 2015. Il numero 256 è interessante: è l'ottava potenza di 2, quindi è anche il quadrato di 16 e la quarta potenza di 4. In ghematria (la numerologia ebraica che assegna valori numerici alle parole), il 256 corrisponde alla parola «canto», quindi è adattissimo per un poemetto.
Il primo poemetto è Io ti conosco, con lievi ritocchi nelle note rispetto all'edizione precedente. Quella delle note è un'abitudine di Bettetini che comprendo ma non condivido, perché - come si diceva un paio di settimane fa in questa rubrica, citando Stefano Zecchi - «la poesia non si spiega. La poesia spiega». Leggiamo, per esempio, questi versi: «Ma qui è il lembo / di terra che divide /il mare Conscio / da quello dell'Inconscio / ove silente suona / la preghiera». La nota spiega: «La conoscenza è chiamata ad abbracciare la realtà, così come nell'uomo la parte del Sé consapevole è sempre in dialogo, costruttivo o contrastante, con la parte del Sé inconsapevole. Ciò che è consapevole è chiamato a stringere amicizia con l'inconsapevole, in un patto che può portare all'unità». Giustissimo, ma intanto la poesia se n'è andata.
Nella prefazione alla prima edizione del secondo poemetto, Il tordo solitario (2015), in versi e in prosa, avevo scritto - e confermo - che l'alternarsi di strofe e prosa potrebbe far pensare che Bettetini dica in versi quello che prima ha comunicato in prosa, come se la poesia avesse un ruolo ancillare rispetto alla denotazione comunicativa. Non è così. Nel poemetto, prosa e poesia seguono orbite separate. Il “contenuto” (prosa) riguarda Giovanni e Anna che si sposano e vogliono avere un figlio che sia un esatto clone di Giovanni. È una critica al nichilismo dello strapotere invadente della scienza, con lo strascico di morte che non l'abbandona. La poesia, invece, è di tutt'altro registro. Contiene rimandi a Campana, a Goethe, a Corazzini, a Pasolini; la “storia” è rifratta in frammenti, e soltanto al lirismo è affidato un rimando finale a una paternità trascendente. Quindi non abbiamo a che fare con una poesia “commentata”, e tanto meno con una poesia decorativa, da tappezziere. È uno sguardo sul fare poetico, una visita in incognito nel laboratorio del poeta. Così si impara che la poesia nasce sempre dalla vita, ma non è la vita, e quando leggiamo «Trapezisti dell'ora / senza rete i neuroni / l'apparato di un circo / salmeggiano flauti» possiamo non sapere che il poeta sta parlando della gestazione di un figlio clonato, anzi, è meglio non sapere. Basti la lettura, la rilettura: «Trapezisti dell'ora / senza rete i neuroni / l'apparato di un circo / salmeggiano flauti».
Il terzo poemetto, La memoria delle sette guglie, si ricollega alla precedente raccolta di Bettetini, La luna nel Naviglio (Interlinea, 2015), ed è un canto d'amore a una città, Milano, vissuta attraverso persone e cose, guglie, selciati. Scrive puntualmente Alessandro Zaccuri nella prefazione: «C'è una tessitura finissima di rimandi non solo letterari (più spesso, anzi, è al combinato disposto tra filosofia e teologia che occorre ritornare), eppure il risultato finale è di una limpidezza che abbacina». Qui il poeta, senza mediazioni, metabolizza la realtà in parole, ed è dalla realtà che proviene il senso: «Cose pensano / e non sanno parlare /pendolo tace». Nella sospensione del tempo, vibra «il partito preso delle cose», per dirla con Francis Ponge, e tocca al poeta mettere in sillabe lo stupore del quotidiano («Cose pensano e non sanno parlare» è un endecasillabo esatto, distribuito in due versi).