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Lituania: periferia dell'Unione, cuore del Continente

Gianfranco Marcelli martedì 13 giugno 2017
Quando Papa Wojtyla parlò per la prima volta dell'Europa come di un'entità unica, «dall'Atlantico agli Urali, dal Mare del Nord al Mediterraneo», il muro di Berlino era ancora in piedi. Quella sera del 10 settembre 1983 il futuro san Giovanni Paolo II stava celebrando i Vespri nella Heldenplatz di Vienna. E nella sua visione, al tempo stesso culturale e geopolitica, pensava forse alla natia Polonia come alla nazione "centrale", storica cerniera tra Est e Ovest. Del resto, era stato un suo connazionale astronomo, Szymon Sobiekrajski, a calcolare due secoli prima che il "cuore" del continente si trovava nella cittadina di Suchowola, a due passi dalla Bielorussia.
Più di recente, l'Istituto nazionale geografico francese ha ricalcolato distanze e coordinate geofisiche, stabilendo che l'ombelico d'Europa non è in terra polacca, ma a Purnuskes, in Lituania, 26 chilometri a nord della capitale Vilnius. Può sembrare paradossale che il Paese baltico, recente e in apparenza "periferico" acquisto dell'Unione Europea (ne fa parte dal 1° gennaio 2004), ospiti, con tanto di colonna celebrativa sormontata di stelle, il centro di quei 10 milioni di chilometri quadrati che compongono il Vecchio Continente.
Ma il paradosso, in realtà, è tanto singolare quanto ingannevole. La Lituania, in un mondo in cui la globalizzazione ha rimesso in discussione vecchie gerarchie e graduatorie superate, sta dimostrando che alla sua centralità geografica corrisponde pure una sempre maggiore capacità di attrazione economica e culturale. Un bene per la vecchia Europa, così bisognosa di ritrovarsi e di ripensarsi, mettendo in moto capacità e talenti fin qui trascurati. Ed allora ecco la giovane Lietuvos Respublika, 3 milioni e mezzo scarsi di abitanti con un'età media di 36 anni, proporsi come esemplare polo di attrazione per non pochi Stati dell'Unione a rischio di implosione demografica e culturale.
Ha proprio ragione papa Francesco a insistere sulle periferie, luogo di vere ripartenze. Non a caso la Lituania figura nella lista dei Paesi che Bergoglio potrebbe visitare nel 2018. Nel frattempo, il meno "russificato" degli Stati baltici continuerà a svilupparsi e a richiamare intelligenze e startup un po' da tutto il mondo, grazie a una tassazione "piatta" (la flat tax) del 15 per cento per tutti, persone e imprese. Un tasso che scende addirittura al 5 per cento sui redditi delle piccole società con fatturato inferiore a 345mila euro l'anno e con meno di 10 dipendenti. Si dirà: ma come fanno? staranno disastrando il bilancio. E invece il rapporto deficit/Pil è al 40 per cento.
Poi bisogna anche intendersi sul significato di periferia, spesso realtà di frontiera dove i brodi di coltura – e di cultura – si rimescolano e sprigionano nuove e feconde energie. Se si pensa che nel 1579 sulle rive lituane del Baltico è sorta, grazie ai Gesuiti, la prima università dell'Est europeo, si comprende meglio perché oggi il Paese vanti il 47 per cento di laureati e oltre il 90 con almeno un titolo di scuola media superiore. Il tutto senza chiusure né muri verso l'esterno. Anzi, il governo ha creato ben sei "zone franche" dove chi arriva dall'estero e vuole impiantare un'impresa pagherà zero tasse per i primi sei anni. Per conferme, chiedere alla Camera di Commercio italo-lituana.
A proposito: a Vilnius e dintorni dovrebbe capitare nella prossima primavera anche Sergio Mattarella, presidente di un Paese fondatore della Ue, che tra le altre cose ospita il cuore della cristianità. Ma neppure sul terreno della fede la Lituania ha molto da invidiare a Roma. Per convincersene, basta tornare a guardare alle 100 mila croci piantate per secoli, spesso a rischio della vita, sulla collina nei pressi di Siauliai.