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Le isole di Robinson Crusoe sono quelle del capitalismo

Fabrice Hadjadj domenica 2 ottobre 2016
Mi prende spesso il desiderio di andare a vivere in una foresta. Succede quando ho una riunione di famiglia o un consiglio di direzione. O ancora quando ho trascorso una giornata davanti al computer, mentre fuori splende il sole. Quante volte, nella metropolitana affollata, abbiamo sognato un'isola deserta? Quante volte, in periodo di elezioni, una capanna solitaria in fondo ai boschi? E tuttavia so anche che è molto difficile, in quei luoghi preservati dalla civiltà, trovare una birra fresca o chiedere un libro in prestito alla biblioteca universitaria. Senza spingermi fino alla disillusione delle zanzare, devo confessare che dopo un po', in quel rifugio selvatico, anche i miei suoceri e i miei cognati rischierebbero di mancarmi e anche tu, lettore, perlomeno per potervi dire quanto tu e loro mi esasperiate… Spesso ho detto che era un mondo iperartificiale a farci sognare il ritorno verso una natura pacifica, in parte per reazione, in parte per sottomissione, perché è la tecnologia stessa a permetterci di ammirare luoghi selvaggi nella comodità della nostra poltrona e che ci rappresenta ecosistemi che funzionano come perfetti dispositivi logistici privi di rischi. Ma c'è un altro aspetto di questa polarità che riguarda l'economia. Negli Stati Uniti, l'elogio e la pratica della solitudine in grandi spazi nascono con l'individuo moderno. Gli indiani vivevano in tribù, in luoghi domestici, preoccupati di trasmettere l'eredità degli antenati e non di andare a ballare coi lupi o correre coi bisonti: la natura, per essi, era la tradizione, e le piante e gli animali, carichi di simboli, non erano fuga dalla società umana, ma memoria di quella società, perché rinviavano a quel totem o a quell'altro tepee: un toro seduto rievocava anche un grande capo venerato, coronato di penne d'aquila. Perciò il modello del solitario che vive nei boschi va ricercato non nel socievole uomo di Neanderthal o in quello di Cro-Magnon, ma, con ogni probabilità, nel capitano d'industria. L'affermazione non è mia, è di Karl Marx nella sua Introduzione a Per la Critica dell'economia politica: «Il singolo e isolato pescatore e cacciatore, con cui iniziano Smith e Ricardo, appartengono a quelle invenzioni prive di fantasia, che sono le robinsonate del XVIII secolo, le quali in nessun modo significano – non se ne dispiacciano gli storici della civilizzazione – la reazione a un eccessivo raffinamento o il ritorno a una, per altro fraintesa, condizione naturale di vita. È ugualmente poco fondato su un tale naturalismo il Contratto sociale di Rousseau, che – mediante contratto, appunto – unisce e mette in rapporto soggetti per natura indipendenti. Solo parvenza e parvenza puramente estetica, robinsonate grandi e piccole, mentre in realtà sono l'anticipo della "società civile", che nel XVI secolo si va preparando e che, nel corso del XVIII, compie passi decisivi per la sua maturazione. In questa società della libera concorrenza, l'individuo si presenta sciolto dai legami naturali ecc., che in precedenti epoche sociali lo rendevano membro di un determinato e limitato conglomerato umano». Secondo Marx (qui discepolo di Aristotele), ciò che realmente è natura per noi sono i legami naturali, quelli della famiglia, del clan, del villaggio fondato su una divisione artigianale dei compiti, della città che porta una cultura che ci precede. L'idea di uno stato di natura presociale, o di un ritorno alla Natura come fuga nei boschi, è in verità uno sforzo per rompere con i veri legami naturali, dati dalla genealogia e dalla storia. Robinson Crusoe è un naufrago della navigazione commerciale, un vecchio trafficante di schiavi. Quanto a quello che vuole liberarsi dal peso della civiltà allontanandosi nelle foreste della Siberia, è un figlio di papà, ma che sente la figura del padre come schiacciante (all'epoca sovietica, notiamolo per inciso, la Siberia non era sinonimo di riconquista di una meravigliosa libertà individuale: partire verso quel luogo eraessere deportati). Ma qui la genialità di Marx è mostrare che lo "stato di natura" è futurista: lungi dal farci volgere verso un passato lontano, ci proietta in una società fondata sulla concorrenza di individui isolati. Il mito del buon selvaggio serve la realtà del capitalismo: «Per la prima volta nel XVIII secolo, con la "società borghese", le diverse forme della connessione sociale si presentano esterne all'individuo quali meri mezzi per i suoi scopi privati, quale necessità esteriore. Ma l'epoca che produce questo punto di vista - dell'individuo isolato-è appunto quella del rapporti sociali (generali da questo punto di vista) fin qui più sviluppati...». Ecco il grande paradosso: l'individualismo e la dipendenza crescono contemporaneamente; le robinsonate sono legate allo sviluppo industriale, non come fuga, ma come principio. L'estrema precarietà o mobilità sociale aprono il campo del possibile: un emigrato può improvvisamente fare fortuna; un uomo solo, dotato di un capitale misero (come Robinson con gli attrezzi recuperati nel relitto della sua nave), può diventare un magnate degli affari e costruire un impero commerciale. Tuttavia, constata Marx, questa coincidenza del buon selvaggio e del giovane naufrago, del lupo solitario e del self-made-man, o di David Crockett e di Donald Trump, si poggia su un capovolgimento della finalità. È abbastanza evidente che non ci siamo fatti da soli e che abbiamo bisogno degli altri. Se può comparire l'illusione dell'individualismo, è a partire da un ribaltamento di prospettiva: la vita sociale non è più considerata come un fine, ma come un mezzo per il realizzarsi della persona. L'uomo non è più un figlio che diventa sposo, padre, anziano nella città, ma un soggetto autonomo che firma contratti (eventualmente anche un contratto di matrimonio) e che entra in competizione con altri soggetti autonomi (fossero anche sua moglie e i suoi figli) allo scopo di ottimizzare i suoi profitti. La società che non si manifesta più come un fine in sé (e questo ha un qualche rapporto con una certa teologia della salvezza dove non c'è più nessuna solidarietà tra le anime, ma dove ciascuno è salvato per conto suo, secondo una grazia o dei meriti assolutamente privati) può essere sfruttata nostro piacimento, o si può pretendere di ritirarsene. La cima di un grattacielo, dove sta il presidente di una multinazionale, o le cuffiette dell'iPod che imprigionano l'impiegato in una bolla sonora, somigliano molto alla Despair Island di Robinson.