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Le frontiere Covid e i papaveri del Sahel

Mauro Armanino martedì 29 settembre 2020
Sono le ultime arrivate. Come non bastassero quelle di sabbia, di filo spinato, elettroniche, d'acqua salata, di sassi, di parole, di carta, di classe, di razza e di portafoglio. Quelle del Covid sono del tutto speciali e funzionano a meraviglia da alcuni mesi senza destare sospetti. Bloccate le frontiere aeree e terrestri fin dagli inizi dell'epidemia, poi pandemia per diventare endemia che giustifica e promuove i regimi più corrotti, in tutto il mondo e anche nell'Africa Occidentale. Manifestazioni pubbliche dell'opposizione vietate, multe per chi non indossa la maschera protettiva, milioni che fioccano a decine per combattere il virus e le sue nefaste conseguenze, questo e altro contribuiscono a creare un clima favorevole alla politica come affare. Seguono le richieste per la cancellazione del debito, in diversi Paesi dovuto soprattutto a gestioni corrotte e clientelari. Le frontiere terrestri del Covid sono particolari perché, seppur chiuse, nella realtà sono attraversabili. Per passarle, ostacolo dopo ostacolo, basta pagare in contanti dogane, polizie, militari e alcuni gruppi armati che controllano pezzi di territorio. Il Covid-business coinvolge e inghiotte, nel suo particolare e manipolabile percorso, partecipazione democratica, insurrezioni, marce di protesta, assembramenti sospetti e attenta seriamente alla mobilità umana. Come non averci pensato prima. Bloccare i migranti, i rifugiati, i piccoli commercianti e i comuni viaggiatori era in definitiva una pura banalità. Grazie all'esempio dell'Occidente in preda al panico indotto dall'epidemia si prolungano i mandati presidenziali, si modificano le Costituzioni e si addomesticano le opposizioni. Ci scappa, è vero, qualche colpo di Stato come nel Mali, ma nell'insieme il sistema regge molto bene. I migranti sono espulsi, detenuti, controllati, esaminati, vagliati e infine detenuti o custoditi in appositi campi in attesa del ritorno al mittente. Ben venga dunque il Covid, fedele alleato dei regimi dittatoriali e di coloro che a essi si ispirano, fiancheggiatore suo malgrado di un nuovo disordine mondiale fin troppo simile a quello che si voleva lasciare alle spalle. Nella storia e nella politica nulla si crea e nulla si distrugge, ma ci si trasforma nella misura in cui si lascia spazio alla partecipazione dei poveri, l'unica rivoluzione che davvero conti. Nella scorsa domenica, nella quale la Chiesa cattolica ha celebrato la Giornata mondiale dei migranti e rifugiati, si è fatto memoria dei migranti morti. Amanda, Memé, Emmanuel, Toé, Zerzer, Benjamin, Junior, Bobby, Fabulus, Johnson, Prince, Sunny Boy, Camara e un altro Prince, sono stati ricordati perché la maggior parte di loro sepolti nel cimitero di Niamey. Una degna sepoltura nella sabbia, ma non per tutti. Uno di loro, Camara, è morto affogato in mare il passato agosto cercando di raggiungere la Spagna. L'altro, Prince, è stato ucciso e poi in parte bruciato nell'auto mentre tornava dal Sudan dove era andato in cerca di fortuna. Occorrerebbe chiamare per nome i circa ventimila migranti scomparsi nel Mediterraneo dal 2014. Sarebbe una lista aperta, perché da aggiornare ogni giorno e che, d'altronde, non tiene conto di chi ha perso la vita nel deserto o sui sentieri non battuti. Proprio quello che i migranti citati sopra hanno vissuto e passato. L'ultima frontiera è stata la loro compagnia. Attorniati da qualche amico di avventura, dimenticati dalla patria e sepolti nel camposanto della capitale del Niger. Giusto una croce di ferro e il nome scritto a mano con la pittura bianca sul fondo scuro della tavoletta metallica saldata in alto. Torna strana alla mente in questo giorno, una canzone del secolo scorso di Fabrizio de André, "La guerra di Piero" «...dormi sepolto in un campo di grano/ non è la rosa e non è il tulipano/ che ti fan veglia dall'ombra dei fossi/ Ma sono mille papaveri rossi...».
Niamey, 27 settembre 2020