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La «Freccia rossa»: un Erasmus ante litteram in Europa

Cesare Cavalleri mercoledì 21 ottobre 2015
L'impresa scout che nel 1949 condusse 25 Rover del Clan «La Rocchetta» in sella ad altrettanti Guzzini (la motoleggera Guzzi, un must di allora) da Milano a Oslo è diventata un bellissimo libro, a cura di Federica Frattini: La Freccia Rossa (Tipi Edizioni, pp. 216, euro 22). Il viaggio a Skyak (Oslo) per partecipare all'incontro internazionale scout «Rover-Moot», divenne l'occasione per far conoscere di tappa in tappa – Svizzera, Francia, Belgio, Olanda, Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia – ad autorità, giornalisti e pubblico la grande iniziativa di don Gnocchi a favore dei mutilatini di guerra.Dico subito di sentirmi personalmente coinvolto. Il mio reparto scout, il Treviglio 1°, è stato fondato da don Andrea Ghetti l'8 maggio 1949. Quel giorno, con i primi compagni, feci la promessa scout cui ho sempre cercato di restare fedele. Ebbene, la «Freccia Rossa» partì il 17 luglio di quell'anno, e nei mesi precedenti i Guzzini in allenamento devono essere passati da Treviglio, anche se ho un ricordo un po' confuso. In ogni caso, della «Freccia Rossa» si parlò moltissimo fra noi, perché l'animatore dell'impresa era lo stesso don Ghetti, mitico protagonista dello scoutismo italiano, che custodì le braci dell'associazione che era stata sciolta dal fascismo, facendola rinascere nel dopoguerra con Giulio Uccellini (Kelly) che ricordo sempre elegantissimo quanto don Ghetti (Baden) era trasandato (Kelly aveva la piega anche nei calzoni corti).Con Baden, al quale Vittorio Cagnoni ha dedicato l'anno scorso una biografia di 584 pagine (Baden. Vita e pensiero di monsignor Andrea Ghetti, Tipi Edizioni), nella «Freccia Rossa» c'erano il suo inseparabile fratello Vittorio (Cicca), e anche Michel du Bot, Paolo Lucchelli, Vittorio Quattrocchi (li ho conosciuti tutti e tre), Noubar Manoukian, di cui diventerò fraterno amico, come di suo fratello Armen.Singolare personaggio, quel Michel: il suo vero nome era Gaëtan di Bot conte di Talhouët, e aveva portato a Milano la sua esperienza negli scout francesi. Per mai chiarite questioni patriottiche con la polizia francese, partecipò alla «Freccia Rossa» con documenti falsi a nome Dante Manenti. Ho sempre avuto il sospetto che portasse la barba perché non avesse il mento, sospetto che le foto del libro smentiscono.Era il capo del Clan della «Rocchetta», dal nome di quella parte del Castello Sforzesco in cui ultimamente è stata allestita la sala per la solitaria Pietà Rondanini (anche i geni sbagliano e Michelangelo, il più genio di tutti, qui ha reso inservibile il blocco di marmo che stava scolpendo, trasformando la grande intuizione della Madre che regge il Figlio quasi facendosi sorreggere da lui, in una serie di pezzi anatomici picassianamente non combacianti. Del resto per secoli la Pietà Rondanini non se l'è filata nessuno, poi riscoperta nel culto ottocentesco per le rovine, e infine acquistata dal Comune di Milano nel 1952).Il libro curato da Federica Frattini, illustratissimo, è frutto di ricerche meticolose e appassionate, corredato da foto, stralci di diario, autografi, ritagli di stampa. La «Freccia Rossa» fu un evento di portata non solo nazionale – come ricorda Federica Mogherini, rappresentante dell'Unione Europea per gli affari esteri, nella prefazione che considera «prima generazione Erasmus» quei 25 scout in missione di pace in un'Europa ancora ingombra di macerie belliche. Toccanti le 7 interviste con i "superstiti" di quell'impresa, con i loro ricordi e le loro interpretazioni.Non è un'operazione nostalgia. Il libro è nato nel Clan «Zenit» Busto Arsizio 3 Agesci, dunque per iniziativa di giovani di oggi che raccolgono il testimone dai fratelli maggiori (anzi, dai nonni) in un impegno di servizio cristiano e sociale che non ha perso lo slancio dei fondatori. Grazie e, come diciamo noi scout, «Buona strada».