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LA VEDOVA BIANCA

Andrea Pedrinelli venerdì 22 settembre 2017
Bella roba, l'ideologia. Correva l'anno 1972, epoca dei cantautori impegnati. Spopolavano canzoni sulla lotta di classe e per la rivoluzione; e non era canzone, se non cantava la forza del Partito o la povertà dei più deboli. In quell'epoca apparve un brano sulla solitudine delle donne maritate a italiani costretti a emigrare, per sopravvivere. Una canzone impegnata sul serio. «Su questo banco in un giorno d'estate sposavo quell'uomo che ho, ma da quel giorno lavora lontano... Da quell'amore mi è nato un bambino, è l'unico dono che ho, stringo sul petto quest'anima mia, guardalo Tu o Maria... Vengo ogni sera davanti all'altare, di pregare ogni sera son stanca, sono una vedova bianca... Tu che conosci i dolori del mondo, perché non ritorni quaggiù? Ci son guerre di ogni colore, quello che manca è l'amore... Penso al mio uomo laggiù e di star sola ogni sera son stanca: sono una vedova bianca…». Che capacità d'affrontare la cruda realtà di troppi, questa canzone; che coraggio, nel segnalare il vuoto cui quelli che hanno troppo relegano i tanti che hanno poco e nulla. Eh sì. Però non è il parto di un cantautore impegnato. È una canzone di Orietta Berti. Che i critici, quelli impegnati, nel 1972 fecero finta non fosse mai stata cantata. Brutta roba, l'ideologia.