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La tendenza a sbagliare per «nobilitare» la normalità della lingua comune

Alfonso Berardinelli sabato 23 maggio 2009
Non sono un purista né ci tengo a diventarlo, ma vorrei esprimere qui tre desideri linguistici che mi porto in testa da parecchi anni. Il primo riguarda una moda abbastanza recente che non riesco a farmi piacere, quella di usare la congiunzione avversativa «piuttosto» in sostituzione di quelle semplicemente disgiuntive «o» e «oppure». Ormai quasi tutti dicono: «andare in Svizzera piuttosto che in Canada» quando vogliono dire invece: «andare in Svizzera o in Canada". O anche: "passava il tempo leggendo Gogol piuttosto che Manzoni» per dire, come si è sempre detto: «passava il tempo leggendo Gogol o Manzoni». Vorrei sapere da qualche linguista come si è creata questa moda, questo uso fuorviante di «piuttosto» (più volentieri, preferibilmente) per soppiantare e cancellare la più semplice, economica disgiunzione «o». Ho notato che di solito sono persone un po' snob a voler fare questo errore (che naturalmente non considerano un errore), a esibire questa piccola deformità come un segno di distinzione.
Ci sono poi due errori che si incontrano molto frequentemente sui giornali. Il primo si trova in frasi come «nelle fila della destra» o «combattè nelle fila dell'esercito repubblicano» invece che «nelle file». Ma «le fila» è plurale di «filo» e non si è mai visto nessuno militare nei «fili», nella trama, nel tessuto e non nelle «file» (plurale di una «fila») di un partito.
L'altro errore è un semplice calco, ma così goffo che sembra impossibile che delle persone colte non se ne avvedano: il francese «se consacrer» viene tradotto quasi sempre «consacrarsi» invece che «dedicarsi». Per cui ci viene detto solennemente che un tale «si consacrò» al giornalismo, un altro alla ricerca sociologica, un terzo all'allevamento dei polli. Questo non accade solo in molte traduzioni, si trova spessissimo anche in articoli di argomento e ambientazione francese.
Hanno qualcosa in comune questi errori e imprecisioni? Forse sì. Segnalano una tendenza a nobilitare, impreziosire, deformare la lingua per sottrarla alla modesta normalità dell'uso comune.