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La sorridente serietà della retorica di Alberto Gil

Cesare Cavalleri mercoledì 4 settembre 2019
Alberto Gil è professore di Linguistica e Transculturalità presso la Pontificia Università della Santa Croce in Roma, dopo essere stato per quarant'anni in Germania dove ha insegnato Retorica presso l'Università della Saar. Uno sente dire “Retorica” e subito gli viene in mente un discorso manipolatorio, sofistico, addobbato di vacue parole. Non è il caso di Gil, che ha intitolato il suo libro più recente con la definizione di Retorica che egli predilige: L'arte di convincere. E si convince non solo comunicando argomenti, ma sapendo che la comunicazione ha sempre un fondamento antropologico: qualunque cosa comunichiamo, comunichiamo innanzitutto noi stessi, il nostro essere comunicatori. Più recentemente ancora, Alberto Gil ha pubblicato, sempre con Edusc (l'Editrice dell'Università della Santa Croce), un altro piccolo libro formato da dieci lettere indirizzate ad altrettanti suoi allievi, quasi una sintesi del corso di Retorica sviluppato dal professore (L'arte di comunicare davvero sé stessi, pagine 96, euro 9,00. Prefazione di Mauro Leonardi). Il tono epistolare è semplice, quasi affettuoso, ricco di aneddoti ma ben fondato, perché la retorica di Gil è la retorica di Aristotele, senza pedanteria e senza pesantezza di citazioni ma, insomma, con la sorridente serietà che ci vuole. Comunicare riguarda anche il tono di voce. È lapalissiano, ma spesso non ci si bada. Spesso capita, purtroppo, che chi si slancia all'ambone per la liturgia della parola, non sappia leggere: si legge addosso, non per farsi capire dall'assemblea. Gil consiglia l'esercizio di Hartwig Eckert per trovare un tono di voce gradevole: «Pensa un'esperienza meravigliosa, chiudi gli occhi e di': “Hmmm, che bello!”. Ascolta questo suono e registralo mentalmente. È importante ritornare sempre a questo tono. Qui si vede chiaro quanto siano strettamente collegati mondo interiore ed esteriore». Il problema, soprattutto per i giovani, è come fare per risultare ben accetto. Ancora una volta, i greci avevano già elaborato nel periodo omerico (secolo IX a. C.) l'ideale educativo della “kalokagathia”, cioè diventare più belli (kaloi) e migliori (agathoi). La vera bellezza viene dalla bontà interiore e il bene, ciò che è veramente buono, è sempre bello. Per risultare ben accetto, dunque, occorre innanzitutto accettare sé stessi partendo da come siamo, non da come vorremmo essere ed è, insomma, una questione di virtù, specialmente dell'onestà, della fortezza e della gioia. In particolare, Gil lega la gioia a molte «parole sì»: «Sì ai miei genitori, sì ai miei amici, sì ai miei studi o al mio lavoro, sì al mio stato di salute, sì alla mia situazione economica, sì alla situazione climatica… E queste “parole sì” hanno pure un effetto magico: senza nascondere il negativo intorno a noi si concentrano piuttosto sul positivo. Niente e nessuno sono così cattivi da non contenere qualcosa di prezioso. E da questa prospettiva si vede il negativo in modo più oggettivo, relativizzandone l'importanza. In questo modo è possibile cambiare qualcosa: non diventa più un obiettivo irraggiungibile».