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La scienza, gli scientisti e le «cantonate» di Darwin

Cesare Cavalleri mercoledì 21 gennaio 2015
Mario Livio è un astrofisico e lavora presso lo Space Telescope Science Institute che coordina il programma scientifico del telescopio spaziale Hubble. È un luminare internazionalmente noto che non disdegna l'alta divulgazione, ed è autore, fra l'altro, del bellissimo libro sulla Sezione aurea, tradotto da Rizzoli nel 2003. Nel 2013 lo stesso editore ha pubblicato Cantonate. Perché la scienza vive di errori, rilanciato nel settembre 2014 nella Bur (pp. 464, euro 13). Le due edizioni, a parte il prezzo (quella rilegata costava 18 euro), sono uguali anche nel disegno di copertina: un ingegnoso ibrido tra tartaruga e armadillo che nella prima edizione guardava a sinistra, mentre in quella economica guarda a destra.L'autore prende in considerazione tre teorie dell'evoluzione: quella della vita sulla Terra (Charles Darwin, naturalmente), quella della Terra stessa (Lord Kelvin e il premio Nobel Linus Pauling), quella del cosmo nel suo insieme (Alfred Hoyle e Albert Einstein, nientemeno). Ebbene, in tutti e tre i casi, Mario Livio rintraccia errori gravi ("cantonate") che peraltro non intaccano la fama e il prestigio degli scienziati proponenti e la sostanziale validità delle loro teorie.A onore di Darwin va detto che egli non ha mai presentato la sua teoria come certa e infallibile. Egli ha detto di non aspirare «ad addurre le prove di una specie che si trasforma in un'altra, ma credo che questa tesi sia complessivamente giusta perché permette di raggruppare e spiegare un così gran numero di fenomeni». Nel manoscritto originale dell'Origine delle specie (1859), il disegno dell'albero con i rami che si biforcano dando luogo alle varie specie è sormontato dal prudente autografo «I think», cioè «Penso».Del resto, se si tiene conto che gli esseri viventi appartengono a 8,7 milioni di specie, è difficile convincersi che tutti nascano dalla selezione naturale fra i discendenti di un'unica "forma primordiale", anche se, come osserva argutamente Mario Livio, Darwin «opera su una scala temporale così lunga che in confronto guardar crescere l'erba è come vedere un film d'azione».Qual è, dunque, la "cantonata" di Darwin? Sta nel fatto che egli riteneva che l'ereditarietà avvenisse per "mescolanza" delle caratteristiche dei genitori, ipotesi che Mendel (contemporaneo di Darwin, ma non si sa se i due fossero al corrente dei rispettivi studi) dimostrerà infondata. Già Fleeming Jenkin obiettò, recensendo nel 1867 l'Origine delle specie, che il ragionamento di Darwin avrebbe portato, partendo dalla mescolanza, a un'attenuazione dei caratteri originari anziché alla creazione di nuove specie, ma qui non possiamo entrare nei dettagli delle argomentazioni.Personalmente, il libro mi ha interessato nel confermare i miei dubbi sulla "scientificità" del darwinismo, più o meno moderato, che difficilmente è compatibile con una corretta antropologia. Per quanto riguarda la specie umana, infatti, l'evoluzione biologica è insufficiente a spiegare la razionalità che differenzia l'uomo da ogni altro essere vivente, sfiorando problemi teologici che Mario Livio, da astrofisico, evidentemente, non prende in considerazione. L'evoluzionismo, infatti, finisce per far propendere verso il poligenismo che comporta serie difficoltà riguardo al peccato originale, difficoltà che non toccano il monogenismo (tutta l'umanità discenderebbe da un'unica coppia) che la Chiesa ha sempre sostenuto, anche se non con dichiarazioni dogmatiche. Anche Mario Livio invita implicitamente a non creare dogmi "scientifici".