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La riflessione sulla solitudine di Giuseppe Farinelli

Cesare Cavalleri mercoledì 21 luglio 2021
Professore emerito di Letteratura italiana contemporanea, direttore del dipartimento di Italianistica e comparatistica alla Cattolica di Milano, Giuseppe Farinelli è noto anche come manzonista; accanto all'attività scientifica, che comprende anche una preziosa Storia del giornalismo italiano, Farinelli ha pubblicato il romanzo Tutta la vita a piedi (Aragno, 2003), e ora Il vecchio e la Tatù (La vita felice, pagine 152, euro 15,00). Romanzo? Qualcosa di meno, e molto di più. È una riflessione sulla solitudine, sviluppata con un ingegnoso accorgimento narrativo. Un giovane villeggiante, di cui non conosciamo il nome, nella quiete montana di Seefeld, piccolo paese austriaco, si incuriosisce di un anziano frequentatore di panchine della piazza, sempre accompagnato da una cagnetta di non pura razza volpina. Veniamo a sapere che l'anziano si chiama Tommaso, e la cagnetta è Tatù. Diciamo subito che Tatù svolge benissimo il suo ruolo di bestiola affettuosa, senza che le vengano attribuiti sentimenti o desideri “umani”. Fra il giovane e l'anziano nasce una rispettosa amicizia: a Tommaso – professore di liceo in pensione – piace parlare, e il giovane ascolta volentieri. Terminata la villeggiatura, il giovane rientra in Italia e, a quel punto, l'amicizia diventa epistolare: Tommaso gli indirizza otto lettere alle quali il giovane risponde, ma le sue repliche non sono disponibili al lettore. Dunque, il libro consiste in quelle otto lettere nelle quali Tommaso racconta la sua vita, con la sincerità e i pudori di un diario. Una vita semplice, fatta di eventi minimi che però lasciano il segno. Qualche gaffe, il progressivo inaridirsi del rapporto coniugale. L'unico “evento” è l'amicizia con Annalisa, una cinquantenne tendenzialmente ludopatica, incontrata casualmente nel casinò di Mendrisio in cui Tommaso aveva messo piede per mera curiosità. I due si frequentano un po', c'è anche un bacio di Annalisa che lascia interdetto Tommaso: «Sono troppo vecchio». Una lettera di Annalisa viene intercettata dalla moglie di Tommaso, e quell'«amore mio» proprio non le va giù. Per una settimana non rivolgerà la parola al marito e, tempo dopo decideranno di separarsi. Dividono in parti uguali il ricavato della vendita dell'appartamento, come pure i soldi sul conto corrente. Ognuno per la sua strada: lei affitterà un piccolo alloggio e farà la sua vita con le amiche; lui si ritira a Seefeld. Tommaso è credente: ogni sera partecipa alla Messa e fa amicizia col parroco, intrattenendo con lui scambi di opinioni sui Novissimi. E sarà proprio il parroco ad avvertire per lettera il giovane quando Tommaso darà segni di fine vita: saranno loro due a chiudergli gli occhi. È il racconto di una vita sobria, sobria anche nel dolore. Paura dei sentimenti? Forse. O, meglio, una reticenza ad affrontare la vita, ad addentare la mela. Ma il lettore, di pagina in pagina, esce confortato dalla sincerità della scrittura e dall'esperienza culturale dell'autore.