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La poesia di Brullo, speranza in mezzo alla mediocrità

Cesare Cavalleri mercoledì 19 marzo 2008
I giovani poeti " non facciamo nomi, si consulti una qualunque delle numerose "nuove" antologie " sono molto colti, hanno un dottorato alle spalle, sanno e traducono le lingue, hanno letto i libri giusti. A sentirli ragionare sono convincenti, spiegano il loro fare poetico con dovizia di particolari, parlano senza invidia dei colleghi e scrivono di critica sui giornali. Eppure, eppure... Uno legge i giovani poeti e mentre legge resta assorto e ammira, ma poi, chiuso il libro, non gli resta nulla. Non si pretende «E naufragar m'è dolce in questo mare», e neppure «Nasce una notte piena di finte buche, di suoni morti come di sugheri di reti calate nell'acqua», ma almeno «È tardi, sempre più tardi», o magari «Mansueti animali, le pupille d'aria, bevono in sogno». Il problema è quello della lirica e della versificazione. Superato l'irripetibile ermetismo, qualcuno tenta il rilancio della forma chiusa, che resta vuota. Altri si danno al poemetto narrativo, non necessariamente "sociale", anzi, il più delle volte intimistico, e ti raccontano quello che gli succede o che gli è successo, e mai che gli succeda qualcosa di interessante. D'accordo, non si può pretendere. Siamo stati abituati troppo bene dal Novecento, il secolo più ricco di poesia rispetto all'Ottocento e prima: non solo per Ungaretti-Quasimodo-Montale, ma anche Saba, e Luzi, e Carrieri, e Solmi, e Caproni, e Pasolini, e Raboni. Poeti riconoscibili dall'incipit, dalla pronuncia, dalle figure. Non si può pretendere, d'accordo. Ma dispiace che di tante giovani intelligenze resti così poco: c'entrano il caos in cui viviamo, e l'emulsione linguistica indotta dai mass media, e il relativismo, e l'omologazione globalizzata... D'accordo, ma dispiace. Nel paradossale paesaggio di una giovane poesia mediamente alta, ma mediana (e, alla fine, rispettosamente mediocre), si stacca il lavoro di un giovanissimo (1979) che ha già all'attivo tre libri, oltre a traduzioni bibliche. Davide Brullo, dopo «Annali» (Atelier, 2004) e «Annali. Lustro» (Mimesis, 2006), pubblica adesso «L'era del ferro», nella collana che Davide Rondoni dirige per Marietti 1820 (pagine 104, euro 10,00). L'originalità di Brullo sta nell'aver escluso ogni abbandono lirico e ogni intento narrativo, optando per una visionarietà iniziatica che non ha precedenti italiani. Per trovare un appiglio " e un appiglio è indispensabile " bisogna afferrarsi a Saint-John Perse, con mille scuse per l'irraggiungibilità del riferimento. Come Saint-John Perse (e Claudel), Brullo non segue una versificazione scandita, ma usa un versetto di tipo biblico, mai prosastico bensì poetico in parole e immagini. Non è, dunque, "memorabile" (memorizzabile) per singoli versi, bensì per il mondo (il sogno) che trasmette. E mentre in Saint-John Perse quel che resta è una nuvola cosmica in cui natura e cultura si saldano in ierofanie e ierogamie che iscrivono la vicenda umana in cicli di piogge, venti, nevi, oceani e deserti, l'immaginario che Brullo trasmette è di tipo storico, con guerre, confronti minerali, vicissitudini solitarie in cui la relazione è pensata o rievocata, prima che vissuta. Il nuovo libro è scandito in tre sezioni: "Petraia", "Ingrid", "Khan", attraversate dalla presenza di un "figlio", con «uno sguardo che compatisce e condanna», mentre la figura femminile può essere sorella. Su tutto domina il misterioso Khan, figura araldica che «non accetta l'assalto delle cronache». La trascinante affabulazione di Brullo, che non conosce cedimenti, è una speranza per la poesia del Terzo Millennio.