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La peste suina ci spaventa Impariamo dalla Sardegna

Paolo Massobrio mercoledì 20 aprile 2022
Bisogna saper leggere i numeri. Anche se il tasso di positività al Covid-19 si aggira sopra il 15%, il dato non allarma: sono molto meno i tamponi ufficiali e la statistica non si può paragonare a quella di un anno fa. Sembra proprio che si proceda verso un virus endemico con il quale convivere, se è vero che nel mio viaggio in aereo da Milano a Madrid nessuno m'ha chiesto Green pass o temperatura: solo la mascherina. Insomma: cambia la prospettiva, mentre su un altro virus che sta mettendo in ginocchio gli allevatori sembra si debba ricominciare daccapo.
La peste suina è stata individuata a seguito del ritrovamento di una carcassa di cinghiale nella zona di Ovada (Alessandria) e, dopo aver scoperto che la trasmissione intacca anche i maiali, si è arrivati a istituire le zone rosse, ad alta pericolosità. La peste suina, che proviene dall'Africa e in Europa si sarebbe trasmessa attraverso Russia e Bielorussia (ma qui la guerra non c'entra), ha un alto tasso di contagiosità: è letale per i suini (10 giorni di vita dopo il contagio), ma non per l'uomo. Ora, la peste suina in Sardegna c'è dal 1978 ed è diventata endemica: ci si convive e la si combatte da più di 40 anni, benché non esistano dei vaccini e resti incontrollata per via dei cinghiali che non possono essere governati. Nel "Continente", invece, si assiste a una macellazione indiscriminata di maiali sani, solo perché sono allevati in una zona dichiarata rossa. Fabio, detto "il Cianta", fa un "salame cucito" buonissimo, secondo la tradizione della Val Curone, area di Tortona, dove questa eccellenza è ricercata quanto il vino Timorasso e il formaggio Montebore. Ha un suo macello perfettamente a norma che gli permette di lavorare due capi la settimana. Ma quando gli hanno detto che doveva abbattere i suoi 50 maiali sani non ha potuto far altro, avendogli imposto la revoca della stalla per un anno. I pochi salumi realizzati nel nuovo anno, invece, saranno sottoposti a una verifica sanitaria dopo 9 mesi. Insomma un duro colpo che paventa, già oggi, la lavorazione di carni provenienti da altre zone, su cui però incombe la dubbia certezza dei controlli.
Detto questo, come si intende salvare l'economia delle tipicità? Sicuramente con degli indennizzi (si spera), pensando col senno del poi, che forse si poteva immaginare una sorta di quarantena per i maiali sani, per evitare di abbatterli e bruciarli. Oppure di fare tesoro dell'esperienza sarda, dove la parola endemica è un dato di fatto. Come la parabola del Covid. Ma che si dice nelle stanze romane?