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La lezione di Roger e il futuro di Matteo

Mauro Berruto mercoledì 10 luglio 2019
«Federer mi ha fatto i complimenti per la stagione sull'erba. Io gli ho chiesto quant'era per la lezione!». Parole, ironiche e intelligenti, di Matteo Berrettini, ventitreenne tennista romano che lunedì ha incrociato, sul campo centrale di Wimbledon, la racchetta con King Roger, lo svizzero nato per giocare a tennis.
Di Roger Federer, ben prima di Matteo Berrettini che ha dichiarato di considerarlo il suo idolo, si sono innamorati migliaia di tifosi di tutte le discipline, decine di aziende che lo hanno coperto di milioni per averlo come testimonial (da poco un'azienda simbolo della pasta italiana lo ha fatto duettare con un altro Maestro, lo chef Davide Oldani) e addirittura grandi intellettuali. David Foster Wallace ha dedicato al campione svizzero un libro nel 2006 (Berrettini doveva ancora finire il ciclo della scuola primaria) dal titolo: "Federer come esperienza religiosa", il cui incipit recita: «Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto negli ultimi anni, quelli che si potrebbero definire "Momenti Federer". Certe volte guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un'altra stanza per controllare se stai bene». Vedere giocare Federer significa, secondo Foster Wallace, vedere l'impossibile diventare possibile, ascoltare la musica di Mozart e dei Metallica allo stesso tempo, assistere a momenti di perfezione assoluta come Michael Jordan galleggiare nell'aria o Muhammad Alì sferrare tre jab nel tempo richiesto da uno solo.
Lo scrittore americano sosteneva che tutto ciò venisse metafisicamente esaltato dal dress code imposto a Wimbledon, quel bianco totale capace di trasformare il suo corpo di atleta in creatura fatta di carne e di luce. Un altro grande intellettuale come Alessandro Baricco, stregato anche lui da Federer, lo descrive così: «La vera differenza tra lui e gli altri, come tutti sanno, è che gli altri giocano a tennis, lui invece fa una cosa che ha più a che vedere col respirare, o col volo degli uccelli migratori, o col rinforzare del vento la mattina. Qualcosa che è scritto già da un sacco di tempo, inevitabile, nell'andare delle cose. Qualcosa di naturale».
Insomma, appassionati di tennis o meno, sarete d'accordo che siamo di fronte a qualcosa di grande e amplificato dal fatto che Federer è un campione perfetto anche fuori dal campo: mai una caduta di stile, mai una parola fuori posto. Mettetevi nel cervello, nel cuore e nella pancia di un ragazzo ventitreenne che per la prima volta arriva agli ottavi di Wimbledon, gioca sul campo centrale (come cantare alla Scala, diciamo) ha di fronte a sé il campione che era nel poster della sua cameretta e si è sentito ripetere che quello sarà il match della vita. Il nostro essere onnivori di emozioni e di nuove storie da ascoltare (che siano successi o di fallimenti, purché veloci da essere digerite) ha creato intorno a Matteo Berrettini qualcosa di più grande di lui, almeno in questo momento. Il ragazzo ha talento e intelligenza e tornerà su quel campo da protagonista, perché lui, devastato con una grazia ineffabile (Federer è perfetto anche quando maltratta sul campo i suoi avversari) ha colto l'essenza della serata con quella battuta: «Quant'è per la lezione?». Che bello sentire un giovane esprimersi con il rispetto dovuto a chi una lezione, te l'ha data per davvero. Il mondo dello sport è pieno di finti campioncini che trasudano arroganza, cercano scuse, tentano di costruirsi un'immagine non grazie alle loro imprese sportive, ma ai social media, a qualche bravata o al tatuatore migliore.
Complimenti Matteo. Non per la partita, quello lo hai capito da solo. Complimenti di cuore per l'aver compreso che ci sono Maestri che regalano lezioni senza prezzo che possono trasformare uomini e atleti normali in campioni.