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La generazione forgiata dalla crisi

venerdì 5 settembre 2014
Sappiamo
tutti che la vera data d’inizio di un anno è il primo giorno di settembre e non
il primo di gennaio. Dopo il riposo e il caldo agostano la vita ricomincia e si
torna agli affanni della quotidianità. Orbene, questo d’inizio d’anno è tra i
più angosciosi di cui io abbia memoria. Sere fa, un’amica colta intelligente equilibrata
è scoppiata a piangere nel mezzo di una cena mormorando: «Tutto sta diventato più
terribile, ha ragione Bergoglio che parla di Terza guerra mondiale, ma come
possiamo reagire, cosa possiamo fare noi, oltre il poco del nostro lavoro,
assumendoci le responsabilità che però non incidono sui grandi problemi, sulle tragedie
che ci circondano e che ogni giorno si fanno più gravi?». Parlando con dei
giovani non frivoli, i migliori tra quelli che conosco e che operano nelle
iniziative meno compromesse tra quelle che conosco, le domande che sento non sono
diverse, anche se diverso è, in qualche strano modo, il tipo di ansia che
rivelano: cresciuti nel benessere della falsa economia trionfante, sono
diventati grandi negli anni della crisi e sembrano più preparati all’arte di
sopravvivere e di agire dentro un’atmosfera di insicurezza privata e pubblica,
nazionale e internazionale che non quella parte di adulti che si rende conto
della gravità dei tempi. La maggior parte di noi continua ad andare avanti come
se niente fosse, come se i venti di guerra e di nuove o antiche barbarie non li
riguardassero – addormentati non «entro il dolce rumore della vita», come
avrebbe voluto il poeta Sandro Penna, ma entro le sue minacce, le sue allucinate
realtà. Il problema che riguarda quelli tra noi adulti che credono ancora di
potere e dovere esser presenti a questi tempi in modo attivo e positivo, per
amor del prossimo e per dovere, è anche quello di saper dialogare con quei giovani
che ci sembrano meno rovinati dai falsi problemi, dalle false immagini, dalle
false ambizioni, e di saper fornire loro indicazioni e modelli buoni e fattivi,
ma anche delle conoscenze non sofisticate dalle logiche del potere, un pensiero
senza paraocchi. Un monito antico dovrebbe tornarci alla mente: «Fa’ quel che
devi, accada quel che può». Che è forse alla base d’ogni altro comandamento