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La fame e le cicatrici da non dimenticare

Sandro Lagomarsini martedì 6 settembre 2016
Non occorre leggere la drammatica narrazione dello scrittore norvegese Knut Hamsun (Fame, 1890) per capire cos'è quella bestia che morde dentro, quando nello stomaco entra poco o nulla. Noi tutti, infatti, conosciamo la fame, perché l'abbiamo provata nei primi giorni di vita. Col suo pianto disperato, il neonato esprime la convinzione che il mondo lo voglia morto. Poi il pianto diventa un messaggio a cui segue ("ma perché bisogna aspettare tanto?") la soddisfazione del cibo. Infine il neonato si decide a inventare – per gli adulti che sono lenti a capire – un pianto per il cibo, uno per il sonno e uno per il mal di pancia. È così che vengono poste le basi per la comunicazione e il linguaggio. Ma questa primordiale esperienza della fame, col tempo si perde nelle profondità della mente: quasi mai ce ne serviamo per capire la fame degli altri.Allora è utile ricordare che la realtà storica della mancanza (o insufficienza) del cibo ha accompagnato il popolo italiano fino a tempi piuttosto recenti. Nella cronaca di Antonio Cesena viene raccontata con toni crudi la carestia del 1527 in Val di Vara. La gente, per calmare i morsi della fame, mangia «erbe selvatiche di ogni genere». Si macinano i tralci secchi della vite per trarne una farina commestibile. Lo stesso si fa con i rizomi delle felci e il "pane" che se ne prepara provoca sonnolenza e allucinazioni. Muoiono anche gli affetti e il senso della dignità; una madre strappa al figlio il pane che egli ha appena ricevuto in elemosina; uomini affamati si azzuffano in piazza per le interiora di gallina che un benestante ha gettato dalla finestra; un contadino si fa prestare un asino da lavoro e se lo mangia assieme alla propria famiglia: un mulattiere, messa in stalla la propria bestia da soma, il giorno dopo ne ritrova solo le ossa dietro la bottega di un fabbro. Alla fame, come spesso accade, seguirà una epidemia. Nelle cronache parrocchiali viene descritta la carestia del 1816. Non c'è raccolto di grano, né di fagioli, né di meliga. Le castagne si riducono a un sessantesimo della produzione solita. Si prova nuovamente l'amarissimo «pane di felce». Si cuociono le erbe dei campi. Nella memoria orale resta un buon ricordo solo delle gemme di ciliegio.Per tutto l'Ottocento, i libri di storia parlano di insufficienza alimentare e di fame endemica in numerose regioni italiane. Ma anche per quanto riguarda i primi decenni del Novecento, abbiamo documenti e memorie. Alla fine degli anni 20, la durezza della vita contadina è identica sia in pianura che in montagna. Ho davanti agli occhi la foto di una famiglia della Val di Magra: genitori e quattro figli, due maschi e due femmine. La magrezza di tutti è impressionante; non c'è differenza tra il loro aspetto e quello dei braccianti della California che John Steinbeck descrive in "Furore" (''The grapes of wrath", 1939). In montagna è viva la memoria di chi era all'epoca un bambino-pastore. Il cibo portato da casa è poco. Ci si ingegna mangiando i germogli di rovo e i semi ancora teneri delle faggiole, i frutti del faggio. Il latte di capra, succhiato direttamente dalla produttrice, nutre e disseta. Si aspetta che nei coltivi accanto ai pascoli maturino le prime patate, da cuocere sopra un fuoco di ginestre secche: se le patate sono prese con abilità, il padrone non si accorgerà del furto. Lo stesso si fa con le prime castagne. E poi ci sono gli adulti generosi. Il carabiniere Rocco F. (1897-1974), ogni volta che dal suo paese di montagna torna a fare servizio sulla Riviera ligure, porta con sé due capre in produzione: c'è sempre qualche madre a cui manca il latte. Questo accadeva, in Italia, appena ieri.