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La dignità delle donne non sopporta «sconti»

Salvatore Mazza sabato 30 novembre 2019
«La Chiesa è fiera, voi lo sapete, d'aver esaltato e liberato la donna, d'aver fatto risplendere nel corso dei secoli, nella diversità dei caratteri, la sua uguaglianza sostanziale con l'uomo. Ma viene l'ora, l'ora è venuta, in cui la vocazione della donna si completa in pienezza, l'ora in cui la donna acquista nella società un'influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto...». A scrivere queste parole, l'8 dicembre 1965, era Paolo VI nel messaggio che volle inviare alle donne alla fine del Concilio. Un testo che, all'epoca, suonò come una rivoluzione – ed effettivamente lo era – segnando l'inizio di un magistero che ci ha regalato pagine indimenticabili. Un magistero che è andato delineando mano a mano una visione complessiva dell'"altra metà del cielo" profondamente innovativa non solo per la Chiesa (dove tuttavia ancora molta è la strada da fare per rendere concreta la ricchezza di quella novità) ma per tutta – e per tutte – le società. Basterebbe ripensare alla Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II, o alle 13 catechesi che Benedetto XVI dedicò alle grandi figure femminili del Medioevo e al loro pensiero. Ancora da cardinale, un anno prima della sua elezione, Ratzinger aveva ammonito che «la promozione della donna all'interno della società deve essere compresa e voluta come una umanizzazione realizzata attraverso quei valori riscoperti grazie alle donne».
A conclusione ormai della settimana all'inizio della quale s'è celebrata la Giornata contro la violenza sulle donne è bene ricordare quanto e come la Chiesa si sia fatta carico anche di questa che, tra tutte le molteplici forme di vessazione di cui le donne sono quotidianamente vittime, è la più odiosa e vigliacca. Nel solco di questo magistero, papa Francesco nell'Amoris laetitia scrive tra l'altro, proprio a questo proposito, che «la vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù non costituiscono una dimostrazione di forza mascolina, bensì un codardo degrado. La violenza verbale, fisica e sessuale che si esercita contro le donne contraddice la natura stessa dell'unione coniugale... È necessario combattere la violenza contro le donne, lo voglio dire con forza, prima di tutto dal punto di vista culturale. E il primo campo a essere impegnato è quello educativo, iniziando dalle scuole e da tutte quelle che chiamiamo le agenzie educative: la famiglia, la scuola, gli ambiti ricreativi... Talvolta anche nello sport, che dovrebbe essere una forma di educazione, emerge una forma di aggressività. E ogni forma d'aggressività che si forma nell'adolescenza è poi destinata nell'età matura a ripercuotersi su qualcuno e spesso sulla propria compagna».
Ma non basta: oltre a quanto affermato nei documenti, sono innumerevoli le occasioni in cui Bergoglio ha stigmatizzato la viltà della sopraffazione fisica sulle donne. Come quando nel gennaio 2018, durante il viaggio in Perù, volle ribadire che «non è lecito naturalizzare la violenza sulle donne, sostenendo una cultura maschilista che rifiuta il protagonismo della donna all'interno della comunità. Non è lecito guardare dall'altra parte mentre tante donne, in particolare le adolescenti, sono calpestate nella loro dignità». Fu in quel viaggio che, pronunciando per la prima volta la parola "femminicidio", volle ribadire quanto affermato sempre nell'Amoris laetitia, e cioè l'impegno della Chiesa nella lotta contro questa violenza: «Come sacerdoti spesso siamo i primi a raccogliere brevi racconti da chi subisce violenza. Dobbiamo essere dunque più accoglienti, attenti e meno frettolosi nei loro confronti». Parlava, è vero, del dovere dei sacerdoti. Ma se ogni cristiano si sentisse in obbligo di prestare la stessa attenzione e accoglienza forse qualcosa cambierebbe.