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La bioeconomia, 2mila miliardi a partire dagli scarti

Andrea Zaghi domenica 1 marzo 2015
Agricoltura ed industria alimentare vogliono anche dire bioeconomia. A metà fra l'alimentazione e la produzione di energia, fra ambiente e manifattura, questo comparto ha ormai assunto dimensioni importanti, che si capiscono subito con pochi dati. Stando ai numeri emersi nel corso diBioEnergy Italy che si è chiuso qualche giorno fa a Cremona, la bioeconomia vale in Europa un fatturato che ormai è arrivato a duemila miliardi di euro; mentre il settore riesce a dare lavoro a ben 22 milioni di persone. Un colosso dell'economia, insomma, che si concretizza in numerosi aspetti. Basta pensare alla produzione di biogas agricolo, al comparto del packaging "intelligente", ai cosmetici prodotti con scarti di lavorazione di uva e olive, al polistirolo bio-based.Ciò che si sta delineando, però, è un'altra strada di crescita, diversa dallo sviluppo agricolo classico concentrato sulla produzione alimentare. Un cammino da prendere ovviamente con molta attenzione e cautela, senza particolari illusioni. Ma che comunque può contare molto come alternativa all'abbandono di territori e attività non più economicamente sostenibili dal punto di vista agricolo tradizionale. Uno degli esempi più chiari è rappresentato dall'uso degli scarti, ultimo stadio proprio della filiera alimentare. A Cremona è stato detto che solamente l'Italia "produce" ogni anno 160 milioni di tonnellate di scarti agroalimentari, deiezioni animali e sottoprodotti agricoli che possono essere trasformati nei cosiddetti "bioprodotti" cioè bioplastiche, biolubrificanti, tensioattivi vegetali e biosolventi generando un mercato che raddoppierà da 20 a 40 miliardi di euro nei prossimi 16 anni e occupando circa 93mila addetti. Ma sarebbe in aumento anche la domanda di materie prime agricole, sempre per lo sviluppo degli stessi bioprodotti. Con tanto di esempi che potrebbero fare da battistrada come quello della riconversione dell'ex petrolchimico di Porto Torres in Sardegna che consentirà di produrre 350mila tonnellate di prodotti chimici biologici all'anno partendo dalle coltivazioni locali.Bioeconomia, quindi, che accanto ad altre attività più tradizionali ma intese in modo diverso da prima, potrebbe rappresentare, come si è detto, una via nuova per le imprese agricole e le industrie alimentari. Con naturali ricadute positive sui territori. Anche qui gli esempi non mancano. Coldiretti, ha indicato che tra i distretti industriali che fanno segnare le migliori performance ci sono quelli alimentari che rappresentano il 10,6% del totale e che contano esempi d'eccellenza come quelli del Chianti, delle confetterie e del cioccolato torinese, del prosecco di Conegliano-Valdobbiadene.