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L'uomo, tra «Gloria Vivente» «de profundis» e «miserere»

Gianni Gennari sabato 19 dicembre 2020
Qui (11/12) “Agorà”, «Il Gloria di noi tutti amati da Dio: gli uomini di buona volontà». Giulio Michelini e Carlo Ossola sul nuovo testo nel “Gloria”: «...uomini di buona volontà è sostituito da “uomini, che Egli ama”». Il “buon volere” è quello di Dio che ci ama. Lui è soggetto pieno e assoluto dell'amore universale. Nel “Gloria” nessun altro cambiamento, ma mi ha sempre incuriosito un passo che resta: «...Noi ti ringraziamo per la tua (sic!) grande gloria». Sorge spontanea la domanda: posso ringraziare qualcuno per ciò che resta ricchezza tutta ed esclusivamente sua? Quella gloria come tale viene proclamata sua dagli Angeli, gli stessi che poi parlano della «pace in terra»? Io creatura ringrazio Dio per il suo amore che mi riguarda e mi arricchisce, ma perché ringraziarLo «per la sua gloria» che rimane sua? Una contraddizione alla logica... La risposta pare difficile, data la realtà delle intenzioni e l'evidenza dei fatti della storia della salvezza. Pensarci su vale la pena: come possiamo, noi, prendere parte alla gloria di Dio? Posso trovare una risposta se risalgo all'antico motto: «Gloria Dei vivens homo»! Così da 19 secoli con la formula celebre di Ireneo di Lione (II secolo) in Adversus Haereses (IV, IV, 20.7): «La gloria di Dio è l'uomo che vive»! Noi – piccole creature dinanzi alla sconfinata immensità di Dio che è amore e che non solo ci ama, ma ha donato se stesso per noi – siamo la «gloria di Dio»! Certo: quel participio presente di vivere annunciato da Ireneo non dice solo un fatto, ma anche un modo, di essere. Sì! Siamo gloria di Dio, chiamati a tale dignità sempre, ma se vivendo smentiamo questa somiglianza da Lui per sempre donataci, allora siamo la contraddizione più evidente di tutta la creazione. La creatura che rifiuta il creatore, l'amato che rifiuta l'amante, il chiamato a salvezza che chiude il cuore alla Voce che lo chiama... Altro che gloria, è miserere!