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L'oceano di Rossi, affascinante e realista

Cesare Cavalleri mercoledì 10 agosto 2022
Ottima l'iniziativa editoriale di Lindau di rimettere in circolazione Oceano, capolavoro di Vittorio G. Rossi (Torino 1922, pagine 192, euro 18). Grande giornalista e grande viaggiatore, Rossi (1898-1978) era della leva degli scrittori al tempo in cui si discuteva del rapporto fra giornalismo e letteratura, epoca chiusa perché ormai (quasi) tutti i giornalisti scrivono romanzi e parecchi romanzieri fanno gli opinionisti sui giornali, senza porsi domande. Personalmente, fin da ragazzo ritagliavo dal Corriere i reportage di Vittorio G. Rossi, di Virgilio Lilli, di Giuseppe Marotta, insieme agli elzeviri di Giovanni Papini, di Orio Vergani, di Indro Montanelli, per farne opuscoli di auto-editoria: Dino Buzzati, naturalmente, veniva al primo posto, tallonato da Ennio Flaiano. Rossi, con Oceano, Premio Viareggio 1938, supera sé stesso. Imbarcato su un piroscafo norvegese, racconta di cacce alla balena, presenta inimmaginabili uomini di mare, leggende e superstizioni marinare. Un esempio: «A un tratto un tumultuoso agitarsi e spumeggiare dell'acqua: la coda [della balena] irrompe, subito irrompe il dorso, e rotondo luccica. Il fiato mi si strozza in gola. A bordo è caduto un silenzio da sala operatoria; solo, un sibilo aguzzo di vapore che sfugge dal fumaiolo penetra nel compatto silenzio come una spilla nel burro». Il rampone, scagliato dal cannone, «frulla nell'aria, la corda serpeggia, s'inarca, si tende, s'infila nel mare. Non ci vuole una grande pratica di balene per capire che il colpo è fallito. Il ramponiere stava ancora sulla prua: ritto, monumentale, cruccioso sì che pareva il Colleoni smontato di sella. Ma che fa? Si spoglia? Si sfila, anzi si strappa un guantone di lana, poi l'altro e con rabbioso impeto tira i due guantoni in mare. Da una tasca della casacca trae la pipa, scaglia in mare anche la pipa (Ho poi saputo che i guantoni e la pipa andavano a placare l'ira funesta del dio marino che si occupa delle balene)». Rossi si concede squarci lirici affascinanti e non nasconde le asperità della navigazione. Descrive le peripezie del Vassiliki, con il suo carico di vitelli e montoni che sprofondano in mare: «La barba iraconda del comandante si voltò verso di me, il braccio di lui si spiegò in un gesto circolare e desolato, la sua bocca disse: "Tutte fottute, le bestie!"». Oceano si conclude con uno straordinario pezzo di bravura, il racconto di Bjerke che era in coffa, di vedetta, quando il Tretten col suo carico di cavalli, duecento cavalli ungheresi, splendidi, si inabissò tre anni prima. Aggrappato a una tavola, invano cercò di soccorrere Gert, il mozzo diciassettenne che chiedeva: «"Che cos'è morire, dimmi, che cos'è morire?" "Non lo so, Gert… è chiudere gli occhi, non so… non è niente, Gert, non è niente… Ci salveranno, coraggio, torneremo a casa… nel Sognefjord, sì, Gert il Sognefjord… Ma le mani del ragazzo lasciano la tavola, la testa si rovescia giù, di peso, la faccia nell'acqua"».