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L'Italia raddoppia l'export di frutta e verdura. Ma dall'Ue nessuna tutela

Andrea Zaghi domenica 27 novembre 2016
In dieci anni le vendite all'estero di prodotti ortofrutticoli sono cresciute del 100% arrivando a sei milioni di tonnellate. È il segno della competitività italiana in questo settore. Ma l'Europa sta ormai stretta ai nostri produttori, che guardano così al mondo e chiedono politiche diverse da quelle fin qui condotte.
Il punto della situazione è stato fatto a Bolzano in una tavola rotonda promossa da Assomela e Alleanza delle Cooperative agroalimentari. È da questo incontro che è emerso un dato positivo e negativo contemporaneamente: il 95% di potenziali nuovi consumatori si trova al di fuori dei confini dell'Ue; nel mercato interno, invece, i consumi sono giudicati ormai stabili quando non in discesa. Da qui, oltre che a causa del blocco dei confini russi, nasce l'esigenza di nuovi sbocchi commerciali. Tutto questo è la causa della richiesta dei produttori all'Europa di essere messi nelle condizioni di diversificare e ampliare, spiega una nota, «il portafoglio di possibili destinazioni per i loro prodotti, sostenendo una politica orientata ad aprire nuovi mercati di sbocco per le produzioni». I problemi da risolvere, infatti, sono ancora molti. Anche a causa dell'atteggiamento dei Paesi di sbocco. Ad iniziare dalle barriere fitosanitarie all'entrata. Gli esempi per capire meglio non mancano. Basta pensare alla vicenda delle susine, che – viene spiegato –, per un mero cavillo burocratico creatosi in Brasile relativo alla traduzione della tipologia di prodotto da importare, attualmente non sono più commercializzate nel Paese.
Detta in numeri, la situazione delineata dalla mancanza di attenzione da parte dell'Europa e della scarsità di politiche fatte apposta per l'export extra Ue, significa che guardando all'Italia, solo il 20% della produzione ortofrutticola viene esportata oltre i confini europei (744.000 tonnellate nel 2015, su un totale di oltre 3 milioni di volumi esportati). Questione di norme e di intese, appunto. Visto che restano attualmente da discutere e definire una quindicina di accordi bilaterali con altrettanti Paesi extra Ue. Secondo i produttori ciò che serve per alimentare le nuove politiche richieste è che l'Europa agisca «come unica entità» e riesca a garantire maggiore reciprocità. Ma non solo, perché tutti sottolineano come una maggiore conoscenza e trasparenza sulle condizioni di accesso al mercato in diversi Paesi e sui protocolli in corso eviterebbe ingiustificate differenze nelle condizioni di accesso offerte a ciascuno Stato membro per ogni singolo prodotto. È la logica del «uniti si è più forti». Facile da comprendere, difficile da mettere in pratica in maniera efficace.