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L'Italia malata di troppo import

Vittorio Spinelli sabato 23 agosto 2008
L'Italia e l'Europa
sono importatrici nette di prodotti alimentari. In tempi "normali" questa condizione non sarebbe molto più preoccupante di quella di qualsiasi altra voce della bilancia commerciale con l'estero, ma in un periodo travagliato come quello che l'economia mondiale sta attraversando, il deficit alimentare getta fosche ombre su molti mercati nazionali ancor più tenendo conto che, contemporaneamente, proprio le grandi commodities sono oggetto di forti speculazioni sui più importanti mercati finanziari. Tanto da far chiedere a gran voce misure eccezionali di politica agricola. Guardiamo ai numeri. In giugno, in Italia, complessivamente le esportazioni verso i paesi extra Ue sono diminuite del 4,1%, mentre le importazioni sono cresciute del 12,1%; per quanto concerne l'agricoltura, le esportazioni sono calate del 16,7% e le importazioni sono cresciute 24,8. Il nostro Paese soffre, sul fronte dei rapporti con l'estero, per i prodotti alimentari trasformati che fanno segnare un debole aumento delle esportazioni del 2,4% anche se crescono le importazioni del 6,6%. L'Europa, invece, è di fatto un importatore netto di prodotti agricoli con una bilancia commerciale negativa di circa 4 miliardi di euro. Certo, dietro a questi numeri non esaltanti ci sono anche alcune cause contingenti come l'andamento dell'euro rispetto al dollaro e l'andamento del costo del petrolio che ha fatto salire quello delle materie prime agricole. Ma il dato di fondo rimane: l'Italia e l'Europa non stanno certo bene dal punto di vista alimentare. Ma, a questo punto che fare? Secondo la Coldiretti " ma non solo " l'Europa deve adottare una politica agricola che riesca a "chiudere la porta" alle speculazioni e, soprattutto, possa garantire gli approvvigionamenti a prezzi abbordabili. La declinazione operativa di questi principi, ovviamente, dipende poi dai soggetti che intervengono nel dibattito. Il traguardo, invece, seppur chiaro dipende da una serie di condizioni non totalmente influenzabili da Bruxelles e dai singoli Paesi. Per capire meglio, basta pensare a quanto è accaduto e sta accadendo alle grandi commodities. In netta controtendenza rispetto ai mercati finanziari, infatti, i prezzi di tutte le materie prime agricole quotate (grano, soia, mais, riso) al Chicago Board of Trade (il punto di riferimento del commercio internazionale delle materie prime agricole) crescono ogni volta che i mercati vengono toccati da tracolli finanziari. Si tratta di un fenomeno che si verifica sempre più spesso e che mette in crisi le filiere agroalimentari più importanti. Quella dei prezzi agricoli bassi, quindi, potrebbe essere la ricetta vincente di fronte a quanto sta accadendo. Ma non è così. La crisi alimentare, infatti, è più complessa e la sua soluzione non può essere addossata solamente alla produzione: un sistema di imprese agricole in perdita ancora più di quanto già oggi non sia, lascerebbe infatti il campo aperto alle importazioni e alle speculazioni internazionali.