Rubriche

L'Italia di Ventura: benino la “prima” ora pensiamo alla Spagna

Italo Cucci mercoledì 7 settembre 2016
Quando ho conosciuto Verratti, a Pescara, era un ragazzino. Ne fui ammirato. Al punto di immaginarlo – ma era fattibile – nuovo piccolo leader del “mio” Bologna. Inutilmente. Lui, ostacolato, snobbato, sottovalutato e esiliato, all'improvviso a Haifa eletto mago per un assist-gol pro Pellè e altri mirevoli ingegni. Pellè no, Pellè è uno che per raccontarlo ci vuole un romanzo, per descriverlo fisicamente un talent scout hollywoodiano, per definirlo calcisticamente un veterano degli stadi. Lui è la Punta, il Crack, il Bomber. Però. Apre e chiude i giochi contro Israele, un bel gol subito, un assist al bacio per Immobile verso la fine: ma non è per tutti il protagonista, quel pallonetto europeo gigione ai rigori molti non glielo perdonano (Zaza lo hanno esiliato); anzi – ho letto e sentito – alcuni si chiedono perché convocare uno che viene dalla Cina. Da Shandong Luneng (o come si dice) che dista 8.500 chilometri da via Allegri, da Coverciano, da casa Ventura. Be', ve lo dico io cos'è Pellè: è la Sindrome Cinese; oggi, per trovare un esplosivo pedatore italiano, devi cercarlo dall'altra parte del globo, dove se lo sono portato per uno stipendio di sedici milioni e piccioli; ma forse è meglio dire che se l'è scavata lui, la galleria dalla Cina all'Italia, con l'umiltà e l'abnegazione del migrante per forza, del reietto ripescato dall'ultimo esploratore del calcio italiano, Antonio Conte, salentino come lui. Come “il barone” Causio che compare sullo sfondo, involontario maestro come Ciccio Graziani che a Pellè gli ha dato il nome. Questo non vuol dire – capiamoci – che Ventura continui a seguire le tracce di Mr. Intensità. Anzi. Ha fatto bene a dirlo, il nuovo commissario tecnico: vado per la mia strada. Chi mi legge sa che dopo Bari glielo avevo raccomandato. Il destinaccio nel frattempo lo spinge – in una delicata fase mondiale – verso un cambiamento storico che qualcuno potrebbe attribuire al suo “cuore granata”: per la prima volta da mezzo secolo la Juventus non è più la Nazionale. Quel magico quartetto difensivo non è più indispensabile. Accidentalmente, dicono, causa infortuni e sfortune. Ma non è cosí. Il Gran Chiellini fra Bari e Haifa ha esibito il logorio della vita juventina, iniziata con Marcello Lippi qualche Mondiale fa; Barzagli dopo il campionato europeo aveva annunciato il ritiro; Buffon... per carità non voglio parlar male di Garibaldi – è vietato –, Gigi non è solo il portiere della Nazionale, è il suo leader politico (Hollande ringrazia), è l'Amministratore Delegato («Mi fido di Ventura»): ma Donnarumma è pronto; poi Bonucci, uno ancora sicuro, ma non può far reparto da solo, nè interloquire facilmente con Ogbonna: Ventura, in poche parole, deve cominciare a inventarsi un'altra difesa e non so quale sarà la sua fonte. La sua Nazionale è piena di milanisti, se educa bene Romagnoli & C. fa anche un favore a Montella. Per fortuna non snobba per principio l'“inviolabile diritto della difesa”, esibendo un nostalgico contropiede degno dei “padri fondatori”. Urge solo trovar rimedi prima della Spagna: l'unico motivo per ricordargli ancora Conte, colui che seppe spegnere l'albagía delle “furie rosse”.