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L'ispirata direzione di Colin Davis esalta l'eccelso Requiem di Mozart

Andrea Milanesi domenica 6 luglio 2008
Gli ultimi istanti di vita di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) sono sempre rimasti avvolti dal mistero; secondo la testimonianza della cognata, solo poche ore prima di morire il compositore, ormai costretto a letto, ripassava ad alta voce i passaggi salienti della partitura a cui stava lavorando, il Requiem, spiegando all'allievo Franz Xaver Süssmayr come avrebbe dovuto terminarla in sua vece.
Sin dalle prime biografie (su tutte quella di Stendhal) per arrivare alle più rinomate imprese cinematografiche (si pensi al film Amadeus di Forman), l'estremo capolavoro del musicista salisburghese ha richiamato alla mente oscure premonizioni, presunti avvelenamenti ed emissari mascherati, che si sono così sovrapposti alla reale richiesta da parte del conte Franz von Walsegg di una composizione liturgica in memoria della giovane moglie prematuramente scomparsa; ma la "Messa da Requiem" mozartiana si spinge ben oltre la sua tenebrosa leggenda e diventa paradigma di immanente trascendenza. Pur nella sua inquietante incompiutezza, quest'opera sublime porta infatti in scena l'imprescindibile appuntamento con il Destino, con quel "convitato di pietra" presentito dall'autore lungo tutto l'arco della propria parabola umana e artistica, tra le pieghe dell'intenso epistolario come tra i righi musicali del pentagramma; un incontro che, fatalmente, assume qui i toni del profetico dialogo con la morte. È così che ce lo restituiscono, sotto l'ispirata direzione di Colin Davis, le compagini corali e orchestrali della London Symphony e le quattro voci soliste di Marie Arnet, Anna Stéphany, Andrei Kennedy e Darren Jeffery (Super Audio Cd pubblicato da LSO Live e distribuito da Sound and Music); come una meditazione profonda e drammatica dell'uomo di fronte a Dio, del peccatore di fronte al compimento della propria esistenza che si disvela nel trepido e severo incedere dell'Introitus come nel tumultuoso polittico della Sequentia dove, tra gli apocalittici pannelli del Dies Irae e del Confutatis, si apre lo squarcio luminoso del Rex tremendae majestatis: di una domanda che appare quasi flebile dinnanzi al «Re di terribile maestà», ma che di fronte alla gratuità della misericordia divina diventa fiduciosa invocazione di pietà e di perdono.