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L'Isee per il diritto alla pensione, il rischio di una china pericolosa

Vittorio Spinelli martedì 23 febbraio 2016
Prendiamo atto delle recenti dichiarazioni dei ministri Poletti e Padoan che hanno smentito l'intenzione del governo di procedere a tagli sulle pensioni di reversibilità. Lo sventato pericolo, che aveva suscitato l'agitazione di sindacati e personalità politiche, si riferisce ad una interpretazione della delega al governo in materia di contrasto alla povertà, ora in esame al Parlamento, e in particolare sulla «razionalizzazione delle prestazioni previdenziali e assistenziali». Da qui le voci di manovre per ridurre i trattamenti di reversibilità attraverso un utilizzo sistematico dell'Isee, quale nuovo parametro per il diritto all'assegno mensile, ma facendo salve le pensioni già in pagamento ed applicando eventuali restrizioni solo sui nuovi trattamenti.La vicenda merita alcune considerazioni sugli effetti che uno strumento di valutazione dei redditi e patrimoni venga assunto quale requisito essenziale per il diritto alle prestazioni dell'Inps. Pur essendo dissolto il rischio di altri tagli alle reversibilità, resta tuttavia il fatto che sia stata ipotizzata una introduzione dell'Isee per il diritto alle pensioni, una eventualità che potrebbe poi riaffacciarsi in occasione di altri problemi della previdenza.La prima riflessione si riferisce all'annosa questione della commistione tra «spesa per la previdenza» e «spesa per l'assistenza», che da anni appanna i bilanci dell'Inps. L'Isee è nato e viene applicato per valutare la ricchezza personale e familiare allo scopo di modulare le misure assistenziali e sociali essenzialmente in funzione dello stato di bisogno degli interessati. Richiedere l'Isee per riconoscere il diritto ad un assegno pensionistico, che sia di reversibilità o di altra categoria, confonde maggiormente i due ambiti di manovra del sistema di protezione sociale. Inoltre viene messa in subordine la previdenza (con tutto il suo carico di oneri contributivi) dal momento che la si fa dipendere da un criterio di tipo assistenziale.La seconda considerazione richiama l'attenzione su una insidia insita in un'applicazione estesa dell'Isee al campo della previdenza. I fautori del sistema trovano equo che le prestazioni dell'Inps debbano favorire chi ha di meno rispetto alla generalità. Questo criterio, nella sua massima estensione, condurrebbe a negare qualsiasi tipo di pensione a chi ha redditi ben oltre la media, in condizioni cioè di non avere bisogno di sostegni economici dello Stato. Si tratta di un effetto perverso che porta a snaturare del tutto il principio della solidarietà sul quale è fondato il nostro sistema sociale, dal fisco alla previdenza, dalla sanità all'assistenza ed oltre.