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L'invito ad una scelta alta: giù la maschera

Gloria riva giovedì 27 febbraio 2014


L’etimologia del carnevale non è certa: per alcuni viene da Carrus Navalis, come i carri processionali dell’antica Roma, per altri dal medievale Carnem levare, l’addio alle carni prima della Quaresima. Certo è che la licenziosità imperava nel Carnevale e che le maschere servivano proprio per celare l’identità di quanti, in quei giorni, si prendevano libertà da tener nascoste.

Pietro Longhi dedicò molte tele al Carnevale, soprattutto al Ridotto, vero e proprio casinò della città. In una sua tela, dall’omonimo titolo, dipinge una coppia in baùtta, costume del tempo composto da un cappuccio di seta nera, un ampio mantello (il tabarro), un cappello a tricorno e la larva (maschera bianca che copriva il viso, assicurando l’incognita). La donna ha gettato la maschera, rivelando la sua identità mentre il corteggiatore, anonimo e malizioso, tenta le sue avances. Sullo sfondo si scorgono alcuni giocatori d’azzardo: un inserviente, ritto in piedi, regge una borsa colma di denaro che verrà irrimediabilmente perduto, mentre uno dei giocatori in baùtta denuncia un baro: la carta che indica, il due di denari, è la stessa che tiene fra le mani il mazziere. Uno spaccato fedele della disonestà di quei luoghi che le maschere non facevano altro che comprovare.
Per i greci, invece, la maschera, prósopon, aveva un significato nobile: è da lì che deriva il termine persona; la maschera indicava perciò un’identità forte e immutabile, quasi eterna. Non così per la fede giudaico-cristiana, dove l’identità coincide con il nome della persona e con la sua chiamata all’esistenza e dove, dunque, la maschera assume una connotazione negativa.
Interessante, da questo punto di vista, la rilettura che Hieronymus Francken II, pittore fiammingo olandese del 1600, fa in una sua tela della celebre parabola delle dieci vergini. L’arrivo dello sposo, raffigurato in alto al centro, è atteso in preghiera dalle cinque vergini sagge (a destra) e nei bagordi dalle cinque vergini stolte (a sinistra). Più della scompostezza delle donne in scena, sorprendono gli oggetti seminati per terra. Accanto alle carte, simbolo universale dell’azzardo (e di una vita giocata sull’improvvisazione più che sulla serietà dell’impegno), si vedono due maschere. Una di queste, più vicina alle vergini sagge, è rovesciata, quasi a dichiarare la sua inutilità, l’altra invece, vicina alle vergini stolte, è appoggiata per il verso diritto quasi in attesa di chi la indossi.
A ben vedere, oltre alla donna con la mandola, uniche a guardarci sono le maschere e paiono invitarci alla riflessione.
Anche per noi lo Sposo tarda a venire e l’entusiasmo per una vita veramente cristiana sembra cadere sotto i colpi di una cultura laicista-edonista capace di dominare l’uomo e le sue aspirazioni. Così l’umanità, similmente alle vergini stolte, spende la vita nell’azzardo e nella ricerca spasmodica di un’identità virtuale. Che fare dunque? Abbandonarsi, come denuncia Francken, allo stordimento dei sensi, o riparare attraverso una sana riflessione, fatta di capacità di attesa, ponderatezza e preghiera?
Se il mondo ha già fatto la sua scelta, l’artista fiammingo invita noi a farne un’altra, certo meno popolare, ma più capace di andare oltre le maschere quotidiane e “vedere” finalmente la salvezza che viene. Dall’alto.Immagini:
Pietro Longhi, Il ridotto, 1740 circa, olio su tela, Querini Stampalia Venezia Hieronymus Francken il giovane, Parabola delle Vergini sagge e stolte, 1616, olio su tela cm 111x172, Hermitage, San Pietroburgo Russia.