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L'inganno social dei cinquemila amici

Gigio Rancilio venerdì 30 ottobre 2020
Tra i molti inganni della nostra vita digitale, c'è quello degli «amici». Meglio: del «mito dei 5mila amici». Sappiamo tutti che quelli digitali spesso non sono veri amici. Così come dovremmo sapere che molte amicizie nate sul digitale possono invece trasformarsi in relazioni importanti e vere.
Quasi tutti però continuiamo a cascare in un tranello: sui social pesiamo il nostro successo e quello degli altri in base al numero di amici digitali. Su Facebook il tetto massimo per i profili privati è di 5mila amici. Ci sono tanti modi per arrivarci. Uno dei più semplici è richiedere l'amicizia a migliaia di persone (selezionandone un centinaio al giorno). Più della metà, anche solo per cortesia, la accetterà. E nel giro di qualche mese spesso si arriva alla meta.
Se poi parliamo di follower, ci sono fior di persone che arrivano a comprarseli pur di apparire importanti. Così come c'è chi sui social è disposto a dire, fare e mostrare qualunque cosa (e qualunque parte di sé) pur di apparire un «influencer». E pazienza se quello che riesce ad ottenere è al massimo un weekend gratis, una pizza pagata o una cena a sbafo (di Ferragni e Fedez, che coi social guadagnano fior di soldi, ce ne sono pochi).
Eppure tutti vogliono – anzi, vogliamo – essere famosi. Anche solo per pochi minuti. Basta infatti azzeccare un post che diventi popolare per ricevere un sacco di richieste di amicizia o aumentare in maniera significativa il numero dei follower. Se poi provochiamo o litighiamo online, il nostro pubblico cresce. E così c'è gente che passa la giornata su Twitter per ottenere un po' di mi piace e un po' di follower in più, inseguendo i temi «di tendenza» con post divertenti, provocatori o offensivi.
Quelli che sono su Facebook invece inseguono il traguardo dei 5mila amici. Per arrivarci chiedono l'amicizia a chiunque e la accettano da chiunque. Ma così fanno due errori. Il primo è che accentando senza riserve ogni «amico digitale» (cioè, senza prima studiare chi è, quanti post pubblica e di che tipo), aprono le porte a moltissimi contenuti per i quali non hanno alcun interesse e che finiscono (soprattutto nei primi giorni della nuova amicizia) per inquinare il loro tempo sui social. Che si tratti di gatti o di calcio, di politica o di musica, di fede o di filosofia poco cambia. Ognuno di noi può inquinare le vite degli altri con quello che posta (tanto più se, per avere un po' di successo, tagga anche gli amici a casaccio).
Ed ecco il secondo errore. Se non c'è una voglia sincera di costruire una relazione ma solo curiosità o convenienza, il nostro numero totale di amici digitali cresce ma finisce per abbassare sia la qualità di ciò che postiamo sia l'interazione con gli altri. Senza che ce ne accorgiamo, infatti, più amici abbiamo e più finiamo per considerarli una platea alla quale dobbiamo dare contenuti «di successo», così da aumentarne ancora di più il numero. Ma è una strategia che anche quando funziona (poco e raramente) finisce con lo stancare la maggior parte dei nostri amici digitali.
È facile dimenticarsene, ma gli altri non sono una platea che deve applaudire ogni nostra esibizione. Sono persone. Ognuna con i suoi interessi, il suo tempo, le sue idee e la sua sensibilità. I social (altro errore che a volte facciamo) non sono tanto diversi dalla vita reale. Per questo anche nel digitale un rapporto di amicizia va coltivato. Bisogna dedicargli tempo. Ascoltare l'altro, interagire con lui, prenderlo sul serio. Altrimenti si sente «usato», trattato come un numero, e il rapporto si spegne. Col risultato che persone che su Facebook hanno raggiunto l'ambito traguardo dei 5.000 amici raccolgono lo stesso numero di interazioni di chi di amici ne ha poche centinaia. Perché ciò che conta (e che conterà sempre di più) è la qualità di ciò che postiamo e l'attenzione che abbiamo per gli altri, non il numero degli amici che esibiamo per gonfiare il nostro ego.