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L'export agroalimentare vola: +7% annuo. Per il 2020 obiettivo 50 miliardi

Andrea Zaghi domenica 18 febbraio 2018
L'agroalimentare ha raggiunto e superato un altro traguardo. Le vendite all'estero nel 2017 sono arrivate alla bella cifra di 41,03 miliardi di euro, il 7% in più rispetto al 2016. A spingere la volata finale pare siano state le esportazioni dello scorso dicembre che da sole hanno raggiunto un valore di 3,4 miliardi. A certificare tutto è stato qualche giorno fa il ministro per le Politiche agricole, Maurizio Martina, che ha sottolineato come «mai prima d'ora l'Italia aveva ottenuto un risultato così». Occorre adesso continuare su questa strada. L'obiettivo che il Paese si è dato – stando alle dichiarazioni delle Istituzioni e del comparto –, è raggiungere esportazioni per 50 miliardi nel 2020. Traguardo ambizioso ma fattibile.
I numeri comunque sono dalla nostra parte. Il ministero ha rilevato come ad aumentare di più sono state le esportazioni verso Paesi importanti come la Russia (+24%), la Cina (+14,8%) e Francia (+8%) e come dal 2014 ad oggi siano molti i mercati aperti grazie ad accordi che hanno eliminato le barriere all'entrata dei nostri prodotti. In ogni caso, quasi i due terzi delle esportazioni agroalimentare (26,7 miliardi) interessano i Paesi dell'Unione europea, ma gli Stati Uniti con 4,03 miliardi di euro sono di gran lunga il principale mercato per l'agroalimentare italiano fuori dai confini dall'Unione e il terzo in termini generali dopo Germania e Francia e prima della Gran Bretagna. Con tutto quello che una situazione di questo genere comporta in termini di concorrenza (più o meno sleale), oltre che di strategie e investimenti commerciali.
Per questo, con ragione, i coltivatori diretti insistono ancora sulla difesa delle nostre produzioni rispetto ai colpi bassi dei falsi prodotti agroalimentari italiani (che pare valgano da soli qualcosa come 60 miliardi di euro). Coldiretti in particolare, insiste sul fatto che il fenomeno sarebbe «legittimato dai recenti accordi internazionali sul libero scambio, dal Canada (Ceta) al Giappone fino ai Paesi del Sudamerica (Mercosur) che autorizzano la produzione di Parmesan dagli occhi a mandorla, di Parmesao carioca ed altre brutte copie dei marchi storici del made in Italy alimentare». Un fatto per i coltivatori inaccettabile. Al quale si aggiunge anche dell'altro. Secondo Confagricoltura, per esempio, accanto agli ottimi risultati delle vendite agroalimentari occorre anche porre «la contestuale crescita delle importazioni» che, detto in altre parole, significa secondo questa organizzazione agricola l'accentuazione del ruolo dell'Italia come Paese trasformatore agroalimentare.
Insomma, abbiamo per le mani un grande tesoro che tutti ci invidiano e possiamo renderlo ancora più grande. Sta a noi farlo.