Rubriche

Vite digitali. L'assurda sfida tra «tecno ottimisti» e «tecno scettici»

Gigio Rancilio venerdì 16 marzo 2018

Sul fatto che gli strumenti digitali siano parte delle nostre vite, c'è poco da discutere. Ciò che invece andrà studiato ancora per molto è il nostro rapporto con le tecnologie. A partire dallo spirito con il quale le guardiamo e le approcciamo.

Secondo la ricerca We Are Social, il 53% degli italiani crede che le nuove tecnologie offrano più opportunità che rischi; il 47% invece nutre da pochi a molti dubbi. Siamo un Paese diviso quasi a metà tra «tecno entusiasti» e «tecno scettici». I primi sono quelli che corrono a comprare ogni novità, che sanno sempre tutto prima di tutti. Sono quelli che credono che tutto ciò che è nuovo è automaticamente bello, che il digitale rende la vita meravigliosa e che senza Internet il mondo sarebbe molto meno divertente, informato e libero.

I «tecno scettici» invece sostengono che il digitale sta modificando in peggio i nostri cervelli, ci rende pigri, ci illude di avere relazioni reali con migliaia di persone quando nella realtà – secondo Dunbar – gli amici veri sono mediamente 4 o 5 per ognuno di noi e il massimo numero degli amici superficiali possibili è di 150. Tutti gli altri sono conoscenti o illusioni. I «tecno scettici» pensano anche che siamo e saremo sempre di più pedine nelle mani di pochi colossi che usano le nostre privacy e ogni nostra traccia digitale per diventare sempre più ricchi. Per non parlare del fatto che essere costantemente connessi e disturbati da notifiche di tutti i tipi aumenta in noi l'ansia e il senso di inadeguatezza. E più si cresce e più ci si sente tagliati fuori dal mondo tecnologico. Cosa che fa molto felici i ragazzi, i quali, per la prima volta dall'inizio del mondo, si trovano a possedere la conoscenza e ad essere gli insegnanti dei propri genitori.

A seconda della nostra posizione, «tra gli entusiasti» o «gli scettici», saremo portati inevitabilmente a dare più ascolto alle informazioni pro o contro il digitale che confermano i nostri pregiudizi. Per cui, solo per stare alle notizie degli ultimi giorni, ci fa piacere leggere che Facebook sia in crisi. «In questi primi 74 giorni del 2018 solo il 30% degli iscritti ai social ha postato nuovi contenuti (fonte WSJ)» hanno scritto alcuni giornalisti ieri su Twitter. Il WSJ è il Wall Street Journal, uno dei giornali economici più importanti del mondo. Solo che sul WSJ non c'è traccia di questa notizia. Da dove arriva? Da un comunicato stampa di ieri che citava non precisati articoli e studi sui social per lanciare un sito di incontri online. Valore zero. Anzi, meno di zero. Ma siccome fa colpo, via con i tweet e con le citazioni che non esistono. E ancora: viva la Gran Bretagna che vuole limitare l'uso dei social a poche ore al giorno per evitare che i ragazzi perdano il loro tempo lì. Peccato che se un divieto simile fosse applicato (facciamo volutamente un esempio un po' folle) all'uso dei motorini, che ogni anno mietono purtroppo decine di vite anche tra i ragazzi, reagiremmo con forza o almeno ci verrebbe da sorridere per l'assurdità.

Ma allora perché questi annunci e questi studi improbabili ci fanno piacere e ci crediamo? Uno dei motivi più banali è che molti adulti hanno paura del digitale. Perché lo conoscono poco. E quello che conoscono spesso si basa su articoli che citano studi universitari di strane università, basati su campioni statistici magari ridicoli. Cerchiamo risposte ai nostri dubbi e alle nostre paure e le vogliamo subito. Odiate i social? Sul web troverete decine di ragioni e di «studi» per farlo sempre di più. Credete ciecamente nella tecnologia e troverete altrettanto materiale a favore.

Come diceva lo scienziato Hawking, celebrato anche sui social in questi giorni, «il più grande nemico della conoscenza non è l'ignoranza, è l'illusione della conoscenza». E in questo sì che la Rete è davvero pericolosa. Perché ci dà l'illusione di sapere senza studiare. E di poterci schierare tra i «tecno ottimisti» o i «tecno scettici» senza nemmeno fare troppa fatica ma con una superficialità che porta solo danno.