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L'assordante bisogno del silenzio, uno spazio decisivo per l'anima

Alfonso Berardinelli venerdì 7 aprile 2017
Parlare del silenzio può sembrare (o forse è) contraddittorio. Ma se si pensa che il silenzio è il contrario del rumore, del frastuono, della chiacchiera e dello spreco di parole, della comunicazione coatta e ininterrotta, delle musichette dovunque e sempre, allora ho l'impressione che al solo pronunciare la parola “silenzio” il cuore si distenda e la mente si apra. Direi perciò che se del silenzio non si parla mai, se lo si teme, lo si esclude, lo si esorcizza, allora nel nostro modo di vivere e di pensare forse qualcosa non va e qualcosa si è perso. Prestare attenzione esclusiva e prolungata a una qualunque cosa, la fa esistere, ne rende più reale la realtà, sommersa dal rumore di fondo della nostra inarrestabile tendenza alla distrazione plurima interattiva. Gli artisti, i filosofi, gli scienziati, chi crede in Dio o semplicemente vuole pensarci, tutti costoro per focalizzare un'idea o un'immagine mentale devono mettere a tacere, almeno per un po', la fastidiosa, divorante tentazione di pensare contemporaneamente ad altro, a due o tre o dieci altre cose. Spegnere, “silenziare”, per esempio, i telefoni e altri dispositivi infocomunicativi, crea un contatto inedito con se stessi. Su tutto questo il norvegese Erling Kagge, editore, viaggiatore, esploratore (Polo Sud, Capo Horn, Asia Centrale ecc.) ha scritto un piccolo, utile e corroborante libro il cui titolo è appunto Il silenzio e il sottotitolo apre un mondo che sta diventando inesplorato: Uno spazio per l'anima (Einaudi). Fin dalle prime righe il tema è così enunciato: «Solo quando ho capito che ho un intimo bisogno di silenzio, ho potuto mettermi alla sua ricerca: nei miei più intimi recessi, sotto la cacofonia dei rumori del traffico e dei pensieri, della musica e dei macchinari, degli iPhone e degli spazzaneve, il silenzio era lì che mi aspettava». Una volta che gli era stata chiesta una conferenza, si decise a scegliere il silenzio come tema, ma capì che definirlo richiedeva un certo lavoro. Trentatré capitoli offrono altrettante definizioni, aneddoti e ricordi personali. La conclusione è questa: «È possibile trovare il silenzio ovunque. Si tratta di procedere per sottrazione». L'esperienza va fatta e sarà sorprendente. Il silenzio si ottiene omettendo, evitando tutto ciò che non lo è.