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L'arte di tradurre Così bella, così ardua

Alfonso Berardinelli venerdì 18 giugno 2021
Nessuna categoria può essere lodata di per sé senza verificare caso per caso: non i magistrati, né i fisici teorici, non gli insegnanti né i medici o i poeti. Ci sono sempre, in ogni categoria, dei singoli che rappresentano male l'ideale e la funzione sociale dell'attività esercitata. Qui vorrei lodare la categoria e il lavoro dei traduttori letterari. Non si pensa mai a loro, eppure la letteratura internazionale di cui ci siamo nutriti nel corso dell'ultimo secolo non ci sarebbe stata accessibile così largamente e facilmente senza la dedizione e la passione dei traduttori: comunemente mal pagati, oltre che ignorati. Di traduzioni mediocri, inadeguate, sciatte e anche scorrette ne circolano molte. Coloro che pagano più caro il rischio che si corre a essere tradotti sono soprattutto i poeti e gli scrittori di teatro. A correggere la frequente inerzia dei testi teatrali tradotti ci pensano però i registi nel corso delle prove e della messa in scena, perché una traduzione infelice non può essere imposta ad attori capaci, né propinata al povero pubblico. La sorte peggiore è quella che tocca ai poeti, dei quali, quando non scrivono poemi epici, si dice giustamente che sono pressoché intraducibili. Nella poesia lirica il linguaggio con le sue mille sfumature di suono e di senso è quasi tutto: non c'è azione, non c'è trama né personaggi, il contenuto in sé può essere esiguo, sfuggente e basta tentarne una parafrasi per distruggere la complessità polivalente del “messaggio” testuale. Eppure anche con i poeti bisogna tentare di tradurre, salvo imparare ogni tanto l'originale a memoria. In sostanza, viviamo di traduzioni: oggi quanti di noi sono in grado di leggere integralmente e in originale gli autori greci e latini che sono la radice della nostra cultura? Anche con Cesare, il più diretto e chiaro dei latini, per comodità leggo la traduzione dando qua e là uno sguardo al testo latino, che quasi sempre mi sorprende per la sua efficacia sintetica. Il caso della grande narrativa russa è poi esemplare: dalla seconda metà dell'Ottocento a oggi, la cultura occidentale ne è stata profondamente influenzata. Ma a leggerla nell'originale è stato forse l'un per cento dei lettori. L'eccezionale potenza comunicativa di Gogol', Dostoevskij, Tolstoj, Cechov, Cvetaeva ci ha fatto quasi dimenticare l'esistenza della lingua in cui hanno scritto. Mediamente i traduttori dal russo e dal tedesco sono stati i più colti e letterariamente raffinati. Oggi troppi credono di saper tradurre dall'inglese, ma in compenso un po' di inglese siamo stati costretti a impararlo tutti. Comunque, Shakespeare, Melville, Dickinson, Woolf, Auden e Dylan Thomas non sono certo pane per tutti i denti. Per leggerli bene bisogna studiarli.