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L'arte di consolare

José Tolentino Mendonça martedì 18 giugno 2019
Il regime tecnologico oggi in vigore ci confonde ancor più in quanto ci trasmette l'illusione che non ci sia posto per l'errore. La memoria dell'ultimo dei computer ci mette in imbarazzo, messa a confronto con la sequenza delle nostre dimenticanze, lapsus, inesattezze. Là dove noi riconosciamo perdite e riduzioni di efficacia, constatiamo nell'attuale tecnica l'esatto contrario: una capacità inumana di accumulazione di dati, di registri e tracce che, molti anni dopo, rimangono intatti su una spiaggia che l'oceano non cancella. I computer non hanno bisogno di essere consolati, noi sì, e parlarne ci fa bene.
Ciò che è specifico della consolazione è renderci prossimi gli uni degli altri - e di noi stessi: questo e basta, senza la pretesa di nulla, semplicemente dando riparo, con la nostra presenza, al trascorrere delle ore, aiutando così a portare il peso che ciclicamente fa franare la vita. Accompagnare la solitudine degli altri e la nostra: cum-solatio significa anche questo. In effetti, noi ci rendiamo gradualmente conto, lungo il cammino, che il programma esistenziale che dobbiamo abbracciare non è tanto l'andare contro le contingenze che inevitabilmente ci assediano, ma viverci assieme, accettando il compito di costruire una umile sapienza integratrice. Questa cosa che chiamiamo vita ci richiede la forza di non soccombere, al crepuscolo, solo perché non vediamo come potrebbe, nel buio più fitto, irrompere l'aurora.