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L'apodittico Cristin e i danni dei padroni delle idee

Cesare Cavalleri mercoledì 20 settembre 2017
Chi sono I padroni del caos che danno il titolo al nuovo libro di Renato Cristin (Liberilibri, pagine 456, euro 20,00)? Sono i "sessantotto-pensatori", cioè i reduci di quella stagione che voleva "la fantasia al potere" e che, debordata dalle agitazioni studentesche, inquina l'immaginario collettivo anche cinquant'anni dopo.
I "padroni del pensiero", i "nuovi padroni dell'Europa" nascono dall'ibridazione di due figure originariamente antagoniste: il rivoluzionario e il burocrate. «Nella figura del rivoluzionario sessantottesco si concentra il padrone del pensiero; in quella del burocrate il padrone della macchina». Come i tecnocrati denunciati da Bernard-Henri Lévy fin dal 1977, i nuovi padroni dell'Europa «inducono nella società ostacoli che pretendono poi di sormontare, quando creano burocraticamente un disordine che si danno poi a mettere in ordine», passando però a un grado sempre maggiore di disordine che prima o poi non riusciranno più a gestire.
«Le caste politiche, burocratiche e culturali, paragonabili alle peggiori oligarchie, che dirigono oggi l'Europa governano il caos, in parte cercato in parte subìto: sono appunto "i padroni del caos"». Caos inteso non solo come disordine, ma come mancanza di orientamento, perdita del senso e della capacità di distinguere finalità contingenti e telos trascendente.
Cristin, professore di Ermeneutica filosofica all'Università di Trieste dopo essere stato direttore dell'Istituto italiano di Cultura di Berlino e direttore scientifico della Fondazione Liberal, addebita l'attuale deriva a certi insegnamenti di scuola francese, come la pretesa di Lacan di "liquidare l'io".
La crisi dell'Europa, infatti, è una crisi identitaria. Archiviato lo slancio fondazionale di Adenauer, De Gasperi, Schumann, si è optato per un modello tecnocratico che ha dato luogo a quello che Cristin chiama «il complesso d'Europa»: una sorta di fascinazione per le più svariate forme di autoaccusa, che vanno dall'ammissione di colpa per i soprusi commessi dagli europei nel corso dei secoli, fino al compiacimento dei propri fallimenti.
«Il disprezzo di sé, che è divenuto il dogma centrale della nostra cultura, è la malattia mortale dell'Occidente, pericolosa per sé e per gli altri, perché, come ammoniva Nietzsche, "chi odia sé stesso, noi dobbiamo temerlo, giacché saremo le vittime del suo rancore e della sua vendetta"».
Ancora: «Il buon selvaggio rousseauiano si è trasformato, nella seconda metà del Novecento, nel buon straniero ed è diventato, oggi, il buon immigrato, africano o asiatico, per lo più musulmano», senza riflettere adeguatamente che l'integrazione può avvenire solo fra integrabili.
L'Europa può avere un futuro se riscoprirà le proprie radici ebraico-cristiane, nel quadro del liberalismo occidentale, sostiene Cristin. Senza dimenticare che la serpeggiante opzione preferenziale per i musulmani non solo può intaccare tali radici ebraico-cristiane, ma può portare addirittura a danneggiare l'ebraismo e lo stesso Stato d'Israele, circondato da Stati che lo vogliono cancellare: «Perdere di vista o addirittura recidere il legame fra ebrei e cristiani significa, per gli europei, ripudiare le proprie origini, rinnegare il padre e, quindi, la patria come terra dei padri. Senza patria, l'europeo diventa cosmopolita senza identità, che può staccarsi definitivamente dall'ultimo dei popoli e dei Paesi occidentali che vuole a ogni costo conservare la propria identità».
Renato Cristin usa spesso uno stile apodittico alla Giovanni Sartori che fa venir voglia di dargli torto anche quando ha ragione: ma se si va dritti al fondo delle sue argomentazioni, si deve ammettere che il materiale di riflessione è abbondante.