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L'antilingua e la morte

Pier Giorgio Liverani domenica 11 ottobre 2009
Se occorresse una prova di quanto è diffusa la rimozione del pensiero dalla morte nella comune mentalità basterebbe guardare la pagina dei necrologi del Corriere della sera di venerdì 9. Su un totale di 129 annunci, 44 parlavano di «scomparsa», 43 consistevano in espressioni generiche come «compianti, ricordi, saluti» e simili, 25 parlavano di «perdita», 13 di «vuoto, lutto, mancanza, privazione» e altre espressioni del genere, cinque di «mancanza». I «morti» sembravano essere soltanto due. Morte, infatti, è una parola che fa paura, ma che oggi fa anche politica. E questo è, sempre oggi, l'aspetto paradossale, assurdo della morte: che, per esorcizzare quella propria e quella altrui, non solo si vuole una legge che renda lecita l'autodeterminazione anche come suicidio assistito, ma che, per esempio, dopo il successo (si è parlato di 300mila persone) della manifestazione per la libertà di stampa, a piazza del Popolo a Roma, l'Unità, quello stesso venerdì, dedicava un'intera pagina al lancio di una analoga «manifestazione di massa» a favore - si badi bene - non tanto del "diritto di morire", che fa un po' ribrezzo, ma del «testamento biologico», che «produrrà effetti concreti, corposamente materiali» " si faccia ancora attenzione " «sulla vita dei cittadini». Il linguaggio, come si vede, è quanto mai politicamente corretto, fino al punto di parlare non della fine della vita, bensì «del fine vita», che diventa automaticamente «buona morte». Così, infatti, con la mascolinizzazione della fine, pure la morte assomiglia al week end, il fine-settimana dei divertimenti. Anche questa è antilingua. Del resto, solo qualche giorno prima, la medesima Unità (martedì 6) ammetteva che, a forza di usarle, «le parole chiave» del femminismo «sono state rivoltate. Scoperta del corpo, liberazione sessuale, affermazione di sé, autonomia, identità, desiderio, uguaglianza, differenza [...] il corpo è mio e lo gestisco io, hanno preso significati opposti. Il corpo è diventato impresa da mettere a frutto». Il ribaltamento accade quando corpo, sesso, egocentrismo, desiderio eccetera prendono il sopravvento sulla persona, il conflitto tra i sessi prevale sulla comunione delle persone, l'autodeterminazione sulla collaborazione e sull'amore, la relazione sulla coniugalità. Gli effetti dell'antilingua sono anche questi: la morte è una cosa seria. ma se e quando gli antilinguofoni se ne accorgono è sempre tardi.

IMMORTALITÀ PRECLUSA
Tre genetisti statunitensi (due sono donne) hanno scoperto il modo di rallentare, con un enzima, il decadimento (lo «sfilacciamento», spiega Repubblica, martedì 6) dei filamenti del Dna umano e quindi di prolungare la vita umana. Per questo hanno avuto il Premio Nobel per la medicina. La Repubblica titola addirittura: «Trovato l'enzima dell'immortalità». Esagera, ma si può parlare di longevità: «Il primo obiettivo è di arrivare a 90 anni e in buona salute». Scienza usata bene. Sennonché una dei tre si dedica anche alla ricerca sulle staminali embrionali, ai cui fornitori (gli embrioni ridotti a spezzatino) l'«immoralità» lei la nega a priori. Il terzo Nobel, invece, sta cercando di «creare cellule con un Dna assemblato in laboratorio e capaci di dividersi e crescere da sole»: cerca, insomma. di «creare una vita artificiale». Scienza usata male (risultati a parte, ovviamente).