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L'agricoltura perde terreno

Vittorio Spinelli sabato 10 febbraio 2007
Secondo l'Istat diminuisce ancora la consistenza dell'agricoltura italiana. E diminuiscono anche gli occupati nel comparto. I tratti essenziali della produzione agricola possono essere riassunti con questi due concetti, ma il quadro vero nascosto dietro di essi è più complesso e vario. Ed è lo stesso Istat a fornire gli elementi per scoprirlo. I dati sull'assetto strutturale dell'agricoltura italiana diffusi in questi giorni fanno riferimento al periodo 2003-2004 e rappresentano la base statistica consolidata per capire come sta evolvendo il settore. Un processo che gli economisti agrari definiscono - ancora oggi dopo decenni - di "ristrutturazione". In altre parole, il comparto non ha ancora trovato il suo assetto produttivo definitivo, che verrà raggiunto a colpi di chiusure d'azienda e di espulsioni di manodopera sulla base dell'andamento dei mercati e dell'evoluzione delle tecnologie di produzione. Qualche dato può fare capire molto. Il numero di aziende è diminuito da un anno all'altro del 6%, il livello dell'occupazione è calato del 12,5%. Le rilevazioni dell'Istat indicano ancora che la grande maggioranza delle imprese ha dimensioni piccolissime. Addirittura quasi l'80% di queste occupa in un anno meno di una persona a tempo pieno. Mentre le aziende agricole che fatturano in 12 mesi meno di 10mila euro sono circa il 73% del totale. In altre parole, il tessuto agricolo nazionale è fatto da microimprese che riescono ad arrivare a 24% circa della produzione totale e al 24% del valore aggiunto complessivo. Senza contare che le tanto ricercate attività collaterali (l'agriturismo, i lavori eseguiti per terzi, la manutenzione del paesaggio), contano nei bilanci d'impresa solo per il 2,5% del totale. È prevalentemente dalle situazioni di grande efficienza, quindi, che derivano altri dati indicati dall'Istat. Basta pensare che nello stesso periodo il valore della produzione è cresciuto del 3,7%, il valore aggiunto è salito del 2%. Insomma, i numeri parlano chiaro. La nostra agricoltura è enormemente squilibrata: poche aziende tengono in piedi un colosso che conta 1,8 milioni di imprese. Eppure il tutto regge, forte di meccanismi economici basati sulla tradizione ma dotati di una loro particolare efficienza, fondati sulla commistione di attività diverse, sorretti spesso dal «non calcolo» di una serie importante di voci di costo; meccanismi dotati di una loro elasticità intrinseca che fa invidia a molti settori industriali. Certo, questa agricoltura è anche lo stesso settore che riceve importanti aiuti finanziari per poter esistere in aree altrimenti inefficienti dal punto di vista economico. Ma è sempre lo stesso comparto che
- anche se non parrebbe vero - riesce davvero a produrre quella qualità riconosciuta in tutto il mondo, quel Made in Italy alimentare che tutti ci invidiano e molti ci copiano, quel territorio curato e protetto che altrimenti crollerebbe addosso alle case trascinato dal fango e dall'incuria.