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Kafka e la decadenza del senso di colpa

Goffredo Fofi venerdì 9 novembre 2018
Fa bene ogni tanto rileggere qualcosa di Kafka o, più indietro, di Dostoevskij. Di psicanalisi so il poco che sanno tutti, ma anche Freud ha insistito come loro su un sentimento profondamente umano che attraversa le loro opere se per umano intendiamo la sensibilità nei confronti dei mali del mondo e della miseria dell'uomo, e ha cercato di affrontarlo per liberarne almeno i singoli, non so con quanta convinzione. Parlo del senso di colpa, che penetra nei nostri sogni e incubi e ci fa sentire a disagio di fronte alle tragedie quotidiane, alle guerre e alle violenze, alle disparità economiche e sociali, alle sofferenze di masse di persone ma anche alla nostra incapacità o non-volontà, singola o di tanti, di riuscire a far qualcosa per combatterle, alla nostra incapacità o impotenza nel reagire, o peggio, alla sensazione di essere volenti o nolenti complici di così tanta ingiustizia. Certi personaggi di Kafka e di Dostoevskij vorrebbero essere «innocenti di tutto», anche di cose che che non dipendono certamente da loro e che accadono al di fuori della loro volontà, ma che, per il fatto che ci sono e per il fatto che noi non si fa niente affinché smettano di esserci, ci fanno vergognare di noi stessi, della nostra impotenza. Che sappiamo bene contenere una buona dose di viltà, perché è anche mancanza di «buona volontà». Sì, il singolo può far poco, nella pessima società in cui ci siamo ritrovati a dover vivere (dopo anni in cui ci era sembrato possibile sperare in un mondo migliore, lottare per un mondo migliore), ma il fatto è che il singolo individuo, ciascuno di noi, io, sempre o quasi sempre ha smesso di cercare, ha smesso di tentare di far qualcosa che possa spezzare anche in minima parte questa impotenza, questo cerchio infernale. Ed è aiutato da tutto un sistema culturale e mediatico e politico a non vergognarsene, anzi a gloriarsene, a vantarsi del proprio egoismo, della propria supinità verso questo stato di cose, della propria miseria umana e morale, della propria rinuncia ad aspirare a dare un significato alla propria esistenza, della propria bassezza. Senso di colpa e vergogna per come va il mondo e per la nostra incapacità di reagire dovrebbero essere un dato di fatto collettivo, di massa. Ma sembrano scomparsi dall'orizzonte culturale in cui ci muoviamo, avvertiti da pochissimi tra i filosofi, gli artisti, i politici, quando invece erano il portato cosciente di un disagio che poteva ben trasformarsi in una tensione positiva, nella spinta a reagire, ad agire. Bisognerebbe forse, oggi, frequentare e fidarsi solo di chi sta per davvero a disagio in un mondo e in un tempo come questi, e che dimostra il suo starci male, e che cerca i modi, individuali e di gruppo, per vergognarsi di meno.